21/04/2018 06:00:00

Ermanno Cavazzoni: "Siamo tutti dementi, senza offesa..."

 di Marco Marino

 

Dal suo primo romanzo, «Il poema dei lunatici» (1987), Fellini trasse ispirazione per «La voce della luna»; è un oplepiano della prima ora (ovvero membro dell'Opicio italiano di Letteratura Potenziale ispirato all'OuLiPo francese di Quenaeu); la extra-vagante collana «Compagnia Extra» della casa editrice Quodlibet lo vede fra i suoi ideatori; i suoi studi sono segnati, fin dalla fanciullezza, da un'inestinguibile fascinazione per il mondo epico-cavalleresco; nel 2018 ritorna nelle librerie del belpaese con «La galassia dei dementi», edito per i tipi de La Nave di Teseo: eppure, secondo il principio olistico, la somma delle singole parti non può tradursi totalmente nel profilo di Ermanno Cavazzoni. Cerchiamo di rintracciare quel quid che sfugge all'aritmetica, chiedendo all'autore stesso di rispondere ad alcune nostre domande:

 

1-  Nella postfazione di Un artista del digiuno di Franz Kafka (ed. Quodlibet, 2009) scrive: «Al vero artista che sia un vero maniaco […] importa essere all'opera; non l'opera, che, se mai c'è, è solo un sottoprodotto della sua mania, un residuo, come il sudore». Sente di essere o di essere diventato un artista della scrittura? Come vive quotidianamente il suo rapporto con la pagina scritta?

 

Beh ammiro molto Kafka e le cose che dice Kafka, le condivido tutte, quando un libro è fatto e finito mi trovo disoccupato e rimpiango il tempo in cui lo scrivevo ed ero disperato di non saper come continuare, di non saper cosa inventare temendo sempre che la vena mi potesse abbandonare, ma dopo mi sono sempre accorto che i momenti più belli erano quelli della creazione e invenzione, quando uno vaga con la mente e trova soccorso non si sa da chi, oggi direbbero l’inconscio, un tempo dicevano gli dei, ma, l’uno o gli altri, qualcosa c’è che ti soccorre, e se non ti soccorre non c’è tecnica che valga a qualcosa; come in un viaggio, che è più bello il percorso con le sue memorabili difficoltà, del momento d’arrivo.

 

2- Da dove è sorta la sua passione per l'opera di Ariosto? Ha avuto effetti sulla sua produzione?

 

L’Orlando furioso è uno dei più ammirevoli libri dell’umanità, peccato che oggi la gente fatichi a leggere in versi; mi piacciono queste avventure leggermente irreali, leggermente buffe, leggermente parodiche della serietà, questi cavalieri vaneggianti, che rappresentano il vaneggiare dell’uomo molto meglio di un romanzo odierno realista; per non parlare del binario dei versi che ti porta come sopra una carrozza molleggiata. La passione per Ariosto è sorta quando ne ho letto qualche verso e dopo me lo son divorato, e mi è spiaciuto finisse. L’ultimo libro di fantascienza, o fanta-nescienza, gli deve molto.

 

3- «Non è più possibile scappare». Nel 2016 esce Gli eremiti del deserto, una raccolta di paradossali agiografie che ironizzano nostalgicamente sull'estinta possibilità di potere stare da soli. Per la scrittura, che talvolta riprende gli usi e rivive le esperienze dell'eremitaggio, l'impossibile distacco «dagli altri» risulta essere dannoso?

 

Il libro degli eremiti non è una mia invenzione, io racconto quello che si sa da altri libri abbastanza veritieri sui monaci del deserto, non sono paradossi, è storia più o meno successa, in un’epoca in cui questo era possibile, anche solo come eventualità; sapersi isolare dà molta forza interiore, non solo per scrivere o poetare, anche per vivere la vita di tutti, sapere che c’è una via di fuga è importante; oggi purtroppo è sempre più difficile sganciarsi dagli altri e dall’apparato statale, siamo suoi servi; forse i barboni in qualche modo si sottraggono, ma poveretti la loro vita è esecrata, a differenza dei monaci, che spesso per questo erano santi.

 

4- Vulgata comune vuole che si debba nutrire un amore filiale per ogni libro che scriviamo. Vorrei chiederle, di contro, se in realtà col tempo è possibile disaffezionarsi a quello che si è scritto in passato fino a dimenticarsene.

 

Dei libri scritti anni prima si ha, anzi, io ho riconoscenza, ma sono come figli cresciuti che fanno la loro vita autonomamente; spesso li disapprovo, nel senso che non li farei più così, quindi mi è penoso riprenderli, rileggerli, anche quando mi chiedono di farlo in pubblico, non ci riesco, perché nel frattempo sono cambiato o loro sono cambiati, dunque non ci intendiamo più, anche se mantengo l’affetto. Diventano libri di un altro, dei cugini lontani rimasti orfani.

5- Nel 2017 ripubblica per Guanda Vite brevi di idioti, da pochi giorni è tornato in libreria con La galassia dei dementi: vuole dirci che è in atto una pandemia irreversibile e inarrestabile? E ancora: c'è differenza fra idioti e dementi?

Sono libri molto diversi; gli idioti vengono dal mondo manicomiale, sono vite private che si possono trovare in giro, ovunque, e in molte di loro mi identifico anch’io. La Galassia è invece fantascienza,  dove la cosiddetta intelligenza  sia negli umani rimasti, sia nei robot e droidi è sempre (come oggi) malfatta, piena di smagliature, imperfetta, a volte maniacale, anzi sempre maniacale, perfino negli alieni che sbarcano l’intelligenza è storta o incomprensibile, perché il vero problema è intenderci, nessuno veramente si intende con un altro, che sia un suo consimile, o una formica, o una moglie di vecchia data, o un computer, o un alieno che viene da Vega; chissà cos’hanno in mente gli altri, difficile da capire al di là delle parole di superficie, c’è sempre un equivoco, l’incomprensione, e dunque il mondo (del futuro e di oggi) è per lo più un caos e un fraintendimento generale (si pensi agli Stati e ai politici); la parola dementi significa questo, non è un’offesa, è l’imperfezione, il fatto che siamo esseri distinti e bellicosi, io pure.