26/07/2018 06:00:00

Arriva in libreria "C'erano tutti nella grande aia", di Nino De Vita

 Oggi esce nelle librerie C'erano tutti nella grande aia, il nuovo libro per l'infanzia del poeta marsalese Nino De Vita, pubblicato dalla casa editrice Orecchio acerbo. Ai lettori del nostro giornale Tp24.it offriamo una selezione di testi e immagini, introdotti da una nota di lettura. Ringraziamo l'autore e l'editore per la loro gentile concessione.

 

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Come primo esergo dei duecento esemplari del suo esordio letterario, Favole della dittatura, Leonardo Sciascia apponeva una citazione dalle pagine de La fattoria degli animali di George Orwell: «Non c'era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all'uomo, dall'uomo al maiale e ancora dal maiale all'uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due». Era il millenovecentocinquanta.

 

Eppure nemmeno oggi c'è ragione di chiedersi cosa sia successo al volto dei maiali (prima dell'apologo orwelliano, e poi sciasciano) perché, che sia ancora indistinguibile dall'espressione umana, lo suggeriscono le suggestioni indotte dalla lettura di C'erano tutti nella grande aia («Cc’èranu tutti ammezzu ri l’ariuni») del poeta dialettale Nino De Vita, un racconto in versi dei Cùntura (Mesogea, 2003) appena ripubblicato da Orecchio acerbo nella sua nuova veste di libro per l'infanzia con le illustrazioni di Armin Greder.

 

«Minnosi ch’era bbeddu/ vìriri ’i addineddi» ('Caspita ch’era bello/ guardare le galline'). Di dare spettacolo di sé sono tutti felici nella grande aia: la chioccia attorniata dai pulcini, le oche dondolanti, le anatre che pestano nella fanghiglia. Lontano da loro, a ridosso di quel mondo, osserva di nascosto un triste Ntonu, nome con cui genericamente nelle campagne marsalesi viene chiamato il maiale. Ntonu vorrebbe prendere parte alla comunità, ma il timore che la sue fattezze possano terrorizzare qualcuno lo trattiene, lo frena («Arrassatu – appinatu,/ chinu ri rritimegna»; 'Discosto – afflitto,/ pieno di contegno') e suscita in lui un inappagato desiderio di alterità. Non può immaginare che lo attende un'epifania capace di spezzare l'irrimediabile monotonia delle giorni («Passava raccussì/ lentu passava ’u tempu»; 'Passava così lento/ passava il tempo'): sul cortile un pavone fa la sua comparsa ed è, nei colori e nelle sembianze, così violentemente diverso dagli altri che Ntonu pensa sia arrivato anche per lui il momento di eccedere, di sconfinare le mura di solitudine che ha eretto.

 

Nella lingua di Cutusìo, luogo di nascita e topografia poetica di De Vita, solitudine è sulità e sulità è il vuoto che si genera, inavvertito, attorno alle nostre vite per conseguenza di una privazione o di una mancanza. C'erano tutti nella grande aia, la storia di Ntonu è, allora, una storia di sulità, una sorta di ulteriore capitolo della precedente silloge del poeta marsalese (se ne è scritto qui), in cui stavolta viene sottoposto lo spettro della solitudine alle condizioni della libertà: «Sulu vivia, asciotu,/ cu ’a libbirtà ri tràsiri/ e nnèsciri ra porta/ chi stava sbarrachiata» ('Solo viveva, slegato,/ con la libertà di entrare/ e uscire dalla porta/ che stava spalancata').

 

Quando la libertà diventa lo scandalo della solitudine, è verosimile che, riflessa su un contado siciliano, la figura di Ntonu - negli spazi, nei movimenti, nelle paure -  richiami alla memoria il minotauro borgesiano de L'Aleph. La letteratura, d'altronde, è una vasta landa di echi: «Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'è una sola serratura?». Entrambi liberi di potere uscire dai loro dedali metafisici, cùpidi del prossimo, si costringono e nel contempo sono costretti all'emarginazione, relegati a vivere l'unicità come delitto fondativo, e perciò irredimibile, della loro persona.

 

Una sola evasione può essere tentata, con un solo espediente e un inaspettato complice: l'artificio della fuga, per Ntonu, è concesso esclusivamente dalle illustrazioni dell'artista svizzero Armin Greder. Come complice, il lettore della favola. Lettore che potrebbe obiettare nelle immagini che descrivono l'ambiente e i suoi personaggi proprio l'intento di far percepire l'assenza del maiale, la marginalità della sua ombra. Ma non è lì che deve cercare. Scorrendo i versi, si accorgerà presto di essere sempre accompagnato dalla sguardo nudo di Ntonu, sul limite della pagina, vicino a chi lo osserva. Pronto ad evadere nel sogno degli occhi altrui.

 

MARCO MARINO

 

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Passava raccussì

lentu passava ’u tempu;

e pparia ch’unn’avissi

nenti a canciari; e ’a còcula a firriari,

a firriari, quanneni chi successi

una matina ’u fattu.

 

Nisciutu ra casuzza

nnomineppatri doppu un’arrichiata

ri ficu, ri piuna

scafiruti -  l’armalu, addubbatizzu,

s’avia abbiatu letu,

pacchiuni, p’u violu

chi ddava nno tiatru.

 

E gghennu ennu jia

firmànnusi a tastari

tènnara quarchi pàmpina,

a ntrufuliari ’a funcia

nno nfutu ri l’ardìculi;

oppuru – si cci criri? –

ninnularu puia ’a nascaredda

pi ggòrisi ’u profumu

r’un ciuri ri marvetta.

 

Cc’èranu tutti ammezzu ri l’ariuni.

 

 

Passava così/ lento passava il tempo;/ e sembrava non dovesse/ cambiare niente; e la terra girare,/ girare, quando accadde/ una mattina il fatto.// Uscito dalla casetta/ – in nomine patris dopo un godimento/ di fichi, di prugne/ marcite - l’animale, rimpinzato,/ si era avviato lieto,/ grassoccio, per il sentiero/ che dava in quel teatro.// E andando andando/ si soffermava ad assaggiare/ tenera qualche foglia,/ ad infilare il grugno/ nel folto delle ortiche;/ oppure - ci si crede? -/ vezzoso porgeva il naso/ a godere il profumo/ di un fiore di geranio.// C’erano tutti nella grande aia.