07/10/2018 08:15:00

"La minuscola", di Mario Valentini

 «Ci sono due cose che so fare bene: mettere a posto racconti e riparare biciclette». Stavolta il racconto che ha messo a posto Mario Valentini, parliamo de «La minuscola» (Exòrma, 2018), segue  un uomo - trentacinquenne, sa riparare bene racconti e biciclette, le premesse sono queste -,  meglio dire che di quell'uomo segue la voce che, in un arco di mesi che non dura nemmeno un anno, sta cambiando e col suo cambiare cambia anche la prospettiva da cui sta guardando il mondo perché a quell'uomo sta per nascere sua figlia e la sua voce sta per diventare la voce di un padre.   

E questa metamorfosi della voce, con conseguente rivoluzione della sua prospettiva sul mondo, Valentini la fa intuire subito dalle prime pagine costruendo tutta la narrazione su una staffetta di pronomi personali, l'io e il tu, che si danno il turno ad ogni paragrafo. L'io deve occuparsi del passato, deve raccontare le corse, per lo più in bicicletta (perché in bicicletta ci fa la guida turistica), che fa per sopravvivere al quotidiano, per andare avanti di mese in mese, pagare le bollette mantenere una casa; il tu, invece, guarda la bambina, la minuscola, e prova a parlare di quel tipo di felicità di cui si ha paura perché così grande e totalizzante è, e così veloce e inaspettata, che se dovesse venir meno, davvero gli crollerebbe tutto addosso e non saprebbe più come tornare indietro a quello status quo che, dall'altra parte, al paragrafo precedente, narrava l'io.   

Proviamo ad assegnare a ciascuno dei due pronomi, l'io e il tu, un'identità sintetizzandola con una sola parola secondo i ruoli di cui abbiamo detto: il tu può essere inteso come il tu-padre, la dimensione del presente: tu adesso che guardi la minuscola; ma l'io, la dimensione del passato, a quale idea potrebbe legarsi? D'impatto diremmo uomo, è l'io-uomo, ma risulta troppo generico, troppo universale. Ed ecco che sotto i nostri occhi si manifesta una domanda, che è poi il rumore bianco di tutto il libro: cos'è un uomo prima di diventare padre?

Così ne scrive l'autore, citando il maestro statunitense delle short stories Raymond Carver nel capitolo che dedica al rapporto fra scrittori e figli: «Carver, avevo letto da qualche parte, affermava di non ricordare granché della vita che aveva fatto nel periodo precedente alla nascita dei suoi figli. Come se quell'evento, diventare genitore, fosse stato l'inizio di tutto. Carver si era sposato ed era diventato padre a vent'anni appena compiuti. E questa è già una differenza non da poco, pensavo. Quando mi ero sposato io, dopo circa sette anni di convivenza, di anni ne avevo trentacinque e di ricordi ne avevo messi da parte parecchi. E sebbene avessi la netta sensazione che ora, con l'arrivo imminente di un figlio, qualcosa di totalmente nuovo stava cominciando, ero certo che si trattava di un momento in cui qualcosa finiva per sempre».

Per rispondere a quell'interrogativo, in verità, una parola ci sarebbe: saltimbanco. L'io-saltimbanco.

Saltare, col fare dell'acrobata, da un lavoro all'altro, allenarsi agonisticamente per domare le paure dell'oggi, tenere a bada le proprie vertigini di fronte agli spettri della caduta dalla fune: è tutto ciò che fai prima di diventare padre, ma è anche tutto ciò che cerchi di insegnare ai tuoi figli una volta che padre lo sei diventato. L'io-saltibanco, il tuo passato che si innesta e dà vita al tuo presente, il tu-padre. Ricorda una poesia di Valerio Magrelli: «Io sono il Darix Togni dei miei figli./ Li faccio camminare su due zampe/  o saltare nel cerchio/ di fuoco del mio affetto./ Metto la testa nelle loro fauci./ Metto il mio cuore nelle loro fauci. / E questa frusta per tenerli a bada/ è la stessa con cui scaccio il silenzio/ che soffia sulla tenda/ quando resto solo».

Solitudine che però nelle pagine de «La minuscola» sembra una condizione impossibile per chi impara ad abitare la sua famiglia, e la realtà che intorno le ruota, come non solo il volgersi del pronome io in tu, ma anche nell'estendersi di quei due pronomi nell'infrangibilità di un voi, tu e la tua bambina, ma soprattutto di noi.


MARCO MARINO