14/03/2019 06:00:00

Gianfranco Marrone: "Le serie tv? Sarebbero piaciute a Umberto Eco, perché...."

 di Marco Marino

 

La serie-tv del Nome della rosa diretta da Giacomo Battiato è iniziata la settimana scorsa, suscitando non poche discussioni. Il pubblico si divide fra i modernisti che apprezzano lo stile della nuova fiction di Rai1 e i passatisti che preferiscono la vecchia versione cinematografica con Sean Connery. La televisione che evolve nuovi linguaggi, i gusti del pubblico, la trasposizione seriale: tutti argomenti che avrebbero molto interessato l'uomo che ha innescato tutto ciò, Umberto Eco.

 

Nella sua lunga ed eclettica produzione, ha sempre avuto largo spazio lo studio del mezzo televisivo e dei suoi linguaggi. Prova ne è l'interessantissima raccolta di saggi, dedicati all'argomento, dal titolo Sulla televisione. Scritti 1956-2015, pubblicata nel 2018 per i tipi de La Nave di Teseo e curata Gianfranco Marrone, professore di Semiotica all'Università di Palermo.

 

Conversando proprio con Gianfranco Marrone, continuiamo il nostro speciale sulla figura di Umberto Eco e Il nome della rosa. Per addentrarci ancora di più dentro i labirinti inesplorati del libro e della serie.

 

Il nome della rosa approda in televisione come serie-tv. Cosa pensava Eco della serialità televisiva? Quanto si presta l'opera di Eco - Il nome della rosa in particolare, gli altri romanzi in generale - a essere trasposta come prodotto tv?

 

A Eco interessava la serialità televisiva non tanto perché nuova forma di espressione e di intrattenimento, ma, al contrario, proprio perché tipo di testo molto antico. Le tragedie greche erano opere seriali di cui si sono perdute alcune puntate. Per non parlare dei poemi epici. Ma i meccanismi di Omero, di Sofocle o di Dallas o del tenente Colombo sono praticamente gli stessi. L’Edipo re è il primo racconto poliziesco.

 

Per quel che riguarda Il nome della rosa, si tratta di un romanzo di successo scritto da uno studioso che conosceva bene le regole della narrazione, dal punto di vista dei modelli di analisi delle opere letterarie, e ha saputo perfettamente usarli per scrivere anche lui un’opera narrativa. Come dire che la struttura di questo romanzo è un orologio, e dunque ben si presta alle trasposizioni filmiche o televisive.

 

Già dalla prima puntata della serie, difatti, si evince come il regista e lo sceneggiatore abbiano potuto arricchire la storia con invenzioni personali, che in qualche modo in Eco erano previste: si tratta di espansioni, nel tempo e nello spazio di elementi che nel romanzo già ci sono. Basti pensare alla questione dei francescani, considerati a torto dei monaci da combattere: da quando abbiamo un papa chiamato Francesco la cosa prende tutt’altri toni. Ma in qualche modo Eco lo aveva previsto.

 

Nella sua Premessa a Sulla Televisione ricorda che quando chiedevano a Eco con quale importante lettura si intrattenesse la sera, lui rispondeva di vedere la tv con la famiglia, seguendo Il tenente Colombo o Don Matteo. Da cosa nasce questo interesse, questa passione di Eco per la televisione?

 

Eco, appena laureato, ha iniziato a lavorare come funzionario Rai. Scriveva programmi. Ma soprattutto, erano gli anni 50, si interrogava sulle potenzialità di questo mezzo di comunicazione allora nuovissimo. Si poneva per esempio il problema della lingua da adoperare in televisione perché fosse capita da tutto il Paese, ma anche dei nuovi linguaggi delle immagini e della musica trasmessi in tv. Così, ha seguito gli sviluppi della televisione italiana, che sono anche gli sviluppi della nostra società: dalla televisione delle origini, influenzata dalla Chiesa, a quella lottizzata dai partiti, all’arrivo di Mediaset, e poi la cosiddetta tv-verità, i reality show etc. Sino all’arrivo di internet, che ha modificato il linguaggio televisivo senza annientare il mezzo.