Il consiglio dei ministri, il caso Giorgietti e il Decreto Sicurezza
Si è tenuto ieri sera, ed è durato fino a mezzanotte e mezza, il consiglio dei ministri sui Decreti sicurezza e Famiglia (i cinquestelle vogliono dare il miliardo risparmiato dal fondo per il reddito di cittadinanza alle famiglie che fanno figli).
Il premier ha fatto presente a Salvini che il Quirinale aveva manifestato forti perplessità sul alcuni punti del provvedimento, specie là dove si prevedono multe per chi i migranti li soccorre.
Salvini, che aveva annunciato «A costo di tenerli inchiodati fino all’alba, il decreto sicurezza bis si vota», prima ha sfidato i cinquestelle a bocciare il decreto tramite voto in cdm. Poi ha accettato di aprirsi alle modifiche. E in ogni caso, per ora, tutto è stato rinviato a dopo le elezioni di domenica prossima. La giornata politica è stata caratterizzata dall’irritazione del premier Conte per le parole di Giorgetti alla Stampa: «lui non è una persona di garanzia, è espressione dei 5 Stelle». Conte ha risposto: «Vorrei chiarire che il premier sin da quando è iniziata la competizione elettorale non si è mai lasciato coinvolgere. Non troverete mai una mia dichiarazione a favore dell’una o dell’altra parte politica. Vedo che in questo rush finale la vis polemica e le reazioni emotive diventano più accese. Però attenzione, lo dico a tutti, quando la dialettica trascende fino a mettere in dubbio l’imparzialità del premier la cosa non è grave ma gravissima». Poi Matteo Salvini ha ammesso che il premier è super partes. Ma quando gli è stato chiesto di smentire Giorgetti ha risposto «Mai. In medio stat virtus». Intanto, dal nuovo decreto sicurezza bis è sparita la multa a migrante. Il consiglio dei ministri ha comunque messo a segno un risultato concreto: la nomina di Biagio Mazzotta a Ragioniere generale dello Stato, quella di Giuseppe Zafarana a capo della Guardia di Finanza e la conferma di Pasquale Tridico all’Inps.
«Giunti a questo punto, la vera domanda da porsi non è quanto durerà la maggioranza, bensì quanto durerà la legislatura. È chiaro che il capo della Lega non è pronto alla crisi formale e tuttavia l’agenda dello scontento è colma. Il conflitto con Di Maio e i 5S riguarda il rapporto con la magistratura, il complesso delle politiche anti-migranti, l’Europa, la politica economica e fiscale, la giustizia. Ora anche il ruolo del premier» scrive Repubblica.
La Verità scrive: «Voci sempre più insistenti di un’altra inchiesta in arrivo subito dopo le europee. Si vuole imporre una manovra finanziaria pesante, rosolare il leader leghista e andare alle urne a primavera per impedire all’attuale maggioranza di eleggere il prossimo presidente»
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