La fiducia al Conte bis nella bolgia della Camera
Alla fine di una giornata infuocata dentro e fuori dall’Aula, alle 21.30 di ieri la Camera ha approvato la mozione di maggioranza sulla fiducia al governo Conte bis.
I sì sono stati 343, i no 263, tre gli astenuti. Come previsto, hanno votato a favore del nuovo esecutivo il M5s, il Pd e Liberi e Uguali. Contro la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.
In precedenza, per ore Montecitorio si è trasformata in una curva da stadio, con cori a ripetizione, bandiere sventolate e una sedia sollevata in aria al grido di “poltrona, poltrona”. Nel discorso di oltre un’ora, il più lungo mai pronunciato per ottenere la fiducia, Giuseppe Conte ha presentato il programma di governo e ha parlato di un progetto politico «per una nuova fase riformatrice»; ha confermato il reddito di cittadinanza; ha annunciato una manovra «impegnativa» per «evitare l’aumento automatico dell’Iva e avviare un alleggerimento del cuneo fiscale»; ha poi invocato «un nuovo lessico» e una «lingua mite» perché «siamo consapevoli che la forza della nostra azione non si misurerà con l’arroganza delle nostre parole». Nel pomeriggio, rispondendo alle critiche delle opposizioni, ha accusato i deputati della destra di avere fatto carta straccia della Costituzione e di avere sbagliato giuramento («perché i ministri che hanno giurato letteralmente hanno giurato di tutelare l’interesse esclusivo della nazione non del proprio partito»). Ha quindi ricordato che andare al voto sarebbe stato «irresponsabile» perché non si può chiamare il Paese alle urne solo perché lo decidono una forza politica o il suo leader. Senza citarlo direttamente, ha punzecchiato più volte Matteo Salvini ricordando che dopo la mozione di sfiducia i ministri leghisti non si sono dimessi e che «ai Consigli europei ci si deve andare sempre e bisogna andarci preparati ed è quello che noi faremo», riferimento neppure troppo velato alle assenze dell’ex ministro dell’Interno sulla scena europea.
«Giuseppe Conte è il primo presidente del Consiglio capace di ripresentarsi in Parlamento per la fiducia pronunciando, a soli 14 mesi di distanza, due discorsi di insediamento praticamente opposti. Il primo, nel giugno del 2018, per rivendicare le ragioni del blocco populista tra M5S e Lega e il secondo, ieri, per ufficializzarne il superamento. A differenza del vate Gabriele D’Annunzio, che nel 1897 lasciò i banchi della Destra storica per quelli della Sinistra proclamando in Aula “vado verso la vita”, Conte non ha dovuto enfatizzare la svolta né lo spostamento: è rimasto là dove l’avevamo lasciato prima della crisi, con un cupo Di Maio seduto al fianco ma senza più Salvini sul lato destro» scrive Repubblica.
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