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09/11/2019 07:51:00

Edoardo Nesi /2: "Ho un problema con una parola: futuro"

 di Marco Marino


Prosegue oggi la nostra conversazione con Edoardo Nesi sul suo nuovo romanzo “La mia ombra è tua” (La Nave di Teseo, 2019). Se nella prima parte dell’intervista abbiamo provato a tracciare un profilo dei due protagonisti del libro, Emiliano De Vito e Vittorio Vezzosi, indagando i loro punti di vista, il sentimento di nostalgia che li unisce e i paradossi che animano la storia, adesso il nostro colloquio deraglia. Esce fuori dai binari della narrazione e si apre a una riflessione sulle generazioni che verranno, sulla loro precaria e complessa idea di futuro. Il giovanissimo personaggio di Emiliano, ventiduenne laureato in lettere classiche, ci dà la possibilità di parlare di come la letteratura sia ancora in grado di cambiare il domani di un intero paese.


Dopo aver parlato a lungo della nostalgia, mi chiedo quale sia il suo rapporto con la parola “futuro”.


Letterariamente, ho un problema a riguardo. Non riesco a raccontare i personaggi senza che loro abbiano con il passato lo stesso rapporto che ho io, cioè un rapporto molto complicato.

La letteratura non è per me una sorta di vuoto in cui far vivere i personaggi. Ci sono libri, anche di grande successo, in cui i personaggi vivono una sorta di vuoto all’interno del quale hanno un problema: gli muore il babbo, la moglie lo lascia, e il romanzo parla di questo. Il problema sociale di una persona, ecco. Io non riesco a raccontare questo, mi sembra troppo poco, mi sembra anche falso, mi sembra un mero esercizio letterario quello di collocare un personaggio in una specie di vuoto nel quale il mondo esterno non esiste. Nel quale non ci sono gli immigrati, non c’è l’assenza di lavoro per i ragazzi, non c’è un meccanismo che gli faccia vedere loro un premio per il loro futuro.


Emiliano è uno di quei ragazzi. Ha solo ventidue anni, ma già comincia a sentire vani tutti gli sforzi che ha fatto per trovare il suo posto nel mondo.


Perché vale impegnarsi oggi? È questa la domanda fondamentale. Se oggi non stai bene, devi studiare tutti i giorni, lavorare tutti i giorni, vieni pagato poco, però tutto questo lo fai perché il futuro è rosa e tutto andrà bene, e starai bene. È questa cosa qua che secondo me è il centro della mia letteratura, questa promessa non mantenuta alla vostra generazione, di cui la vostra generazione è ostaggio. Se ci si pensa bene, non c'è nulla di peggio che un ragazzo che si impegna, studia, senza la promessa più o meno vaga che il futuro gli andrà meglio. Perché senza questo è difficile andare avanti. Emiliano è uno che ha fatto tutto per bene, ha studiato, ha acquisito delle conoscenze importanti, conosce il greco e il latino, apprezza le cose giuste, ha un suo gusto personale, è una persona fantastica in realtà, è il prototipo di persona su cui l’Italia dovrebbe contare per crescere.


Nei molti dialoghi tra Emiliano e Vezzosi, e in particolare nell’ultimo, ritorna spesso l’idea che il mondo possa ancora essere salvato. E che sia possibile farlo, contro ogni incredulità, partendo dalla letteratura.


Quando da ragazzo leggevo «Il giovane Holden» e vedevo quella sua ribellione lenta e leggera e personalissima e anarchica rispetto al mondo che gli stava attorno, quello era una guida, un insegnamento, che si poteva fare così, che non importava andare a lanciare le molotov sulle macchine, ma provare a cambiare il mondo dall’interno vedendone i problemi e dicendone le falsità. Salinger è stato questo per tutti noi. Per la mia generazione Salinger ha raccontato un eroe pacifico che si ispirava al «BhagavadgÄŤtā», che citava storie zen, e che però in quella maniera commentava fortemente il suo tempo …


Ma come si fa oggi a trovare l’indirizzo giusto, il libro in grado di cambiare il tuo sguardo?


Bisogna crearsela da sé la soluzione, ma anche prima era così. Se aspetti che arrivi qualcosa che ti garbi tanto e che ti faccia l’epifania, è molto difficile che questo succeda. È necessario costruirsi il proprio pantheon. Quando ho scritto «Fughe da fermo», nel Novantacinque, avevo raccontato le cose che piacevano a me. In effetti, era un grande casino. Perché, non avendo nessuna educazione, a parte quella dei libri che avevo letto, mettevo in scena tutto quello che garbava a me: c’è l’hard rock, c’è il wrestling, c’è il pugilato, c’è il porno. Tante cose che facevano parte dei miei interessi. E un critico bravo che scriveva su «il manifesto», Piccinini, scrisse che io mi ero creato un pantheon. E quella cosa là mi aveva molto impressionato, perché era vero, mi ero creato un pantheon, e quel pantheon lì è sempre servito da sirena nella vita. Quando mi chiedono perché in quest’ultimo libro c’è tanta letteratura, io rispondo che la letteratura mi ha salvato la vita. Negli anni ho avuto sempre la possibilità di ispirarmi a quello che ho letto: mi girano i coglioni, sento Neil Young o leggo qualche parte di Malcolm Lowry o guardo uno dei miei film. Questa cosa qua te le devi creare da te.


Se avesse la possibilità di rivolgersi all’intera generazione di Emiliano, a quei giovani che vivono quotidianamente quella “promessa non mantenuta”, cosa vorrebbe dire loro?


Si ricorda Adriano Panatta? Il più grande tennista italiano, dotato di straordinario talento. Panatta era molto discontinuo nel rendimento, però al Foro Italico a Roma circondato dai suoi amici, da tutta Roma, era quasi imbattibile, era un tennista straordinario, nel suo momento era invincibile. Dovete trovare il vostro campo da tennis, il vostro campo su cui essere imbattibili. Dovete raffinare la vostra scelta, la vostra vita verso le cose in cui riuscite meglio... Ho fatto due film da regista e mi sono accorto che non potevo fare il regista. Non ero adatto, facevo sempre casino, e poi di sera quando tornavo a casa e pensavo all’inquadratura che avevo girato, mi accorgevo che non andava bene e che ce n’era un’altra, che in quel momento mi veniva in mente, che sarebbe stata mille volte meglio. Che poi è il meccanismo in base al quale io scrivo, perché io scrivo in continua correzione. Non sono come quelli che scrivono il primo capitolo, lo fanno perfetto e passano al secondo. Io scrivo tutt’assieme, tutti i libri aperti fino alla fine e li correggo continuamente. Questo metodo faceva sì che non potessi fare il regista, perché lì devi girare le scene e decidere. Nella scrittura questo problema non ce l’ho e posso continuare fino alla fine a modificare il libro. Anche questo è importante, il metodo che si usa. Io per esempio ho sempre avuto un metodo nel quale le cose avvenivano via via, non è che erano pronte sul momento. Le idee con cui cominciavo un libro, non erano le stesse con cui finivo.