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18/02/2026 06:00:00

Trapani, la memoria tra fretta e forma: il caso del busto Marrocco alla Fardelliana

Non è più soltanto una disputa sull’opportunità culturale, né una schermaglia tra sensibilità diverse attorno al tema della memoria pubblica. A Trapani, la vicenda del busto del preside Giuseppe Marrocco esposto alla Biblioteca Fardelliana ha imboccato la strada, più stringente e meno simbolica, della verifica documentale. E sono proprio gli atti, ora, a ridisegnare il perimetro della polemica.


Tutto era cominciato come una questione di metodo: chi decide quando una figura cittadina merita di essere consegnata alla memoria ufficiale? Con quali criteri? Attraverso quale iter? L’interrogativo, sollevato pubblicamente da Svanhild Roald Vento, presidente del Panathlon, aveva trovato una prima risposta istituzionale nelle dichiarazioni dell’assessora alla Cultura Rosalia D’Alì: donazione della famiglia, valutazione della Deputazione, nessuna forzatura, nessuna collocazione nelle sale riservate ai mecenati. Procedura rispettata, autonomia garantita nell’ottica che ciò che arricchisce non procura nocumento. 
Ma Lilli Vento non ha demorso. A seguito di una richiesta di accesso agli atti, ha puntigliosamente esaminato i documenti relativi alla seduta della Deputazione della Biblioteca Fardelliana del 12 gennaio 2026, verbale n. 11. 
Ed a questo punto la vicenda assume un rilievo diverso.


Secondo quanto riportato, la proposta di accettazione del busto – con conseguente esposizione permanente – sarebbe stata comunicata e argomentata dall’assessora D’Alì, delegata dal sindaco Giacomo Tranchida a presiedere la seduta. Tuttavia, l’argomento non figurava all’ordine del giorno ed è stato trattato nell’ambito delle “varie ed eventuali”.
Un dettaglio formale? Non secondo chi ha sollevato la questione.
L’accettazione di un busto, destinato a permanere in una biblioteca storica pubblica, non è un atto meramente patrimoniale. È una scelta di valorizzazione simbolica e culturale, idonea a incidere sulla memoria collettiva e sull’identità stessa dell’istituzione. 
Trattarla tra le “varie ed eventuali” – voce generalmente destinata a comunicazioni, segnalazioni o questioni marginali – espone la decisione al sospetto di una trattazione proceduralmente inadeguata per rilievo e durata degli effetti.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: dagli atti non risulterebbe allegata una scheda biografica e culturale preventiva, idonea a documentare i requisiti della figura oggetto di valorizzazione. Nessuna istruttoria formale, nessuna documentazione comparativa, nessuna relazione sui meriti scientifici o letterari.
La decisione, verbalizzata come unanime, sarebbe dunque intervenuta in assenza di un approfondimento documentale strutturato, sulla “fiducia” della memoria di un preside storico quale fu il prof. Marrocco. 
Il rilievo non è più – o non soltanto – politico o culturale. Diventa smaccatamente giuridico amministrativo.
Secondo le osservazioni formulate da Lilli Vento, la modalità di trattazione avrebbe determinato una carenza di motivazione del provvedimento, impedendo ai componenti della Deputazione di esaminare preventivamente una documentazione completa e di esprimere una valutazione pienamente consapevole.
Il riferimento è ai principi di trasparenza, buon andamento e correttezza amministrativa sanciti dall’articolo 97 della Costituzione e dalla legge n. 241 del 1990. In questa chiave, l’assenza di una istruttoria formale e la collocazione della decisione fuori dall’ordine del giorno potrebbero configurare una fragilità procedurale, tanto più delicata perché incide su un bene culturale vincolato e su una istituzione storica.
Sotto il profilo sostanziale, viene inoltre evidenziato come non risulti documentata una produzione scientifica, letteraria o accademica di rilievo nazionale o internazionale, tale da giustificare una valorizzazione permanente in un contesto come la Fardelliana. Una circostanza che alimenta la critica sull’assenza di criteri pubblici e preventivamente definiti.
A margine, ma non secondariamente, resta il tema della targhetta apposta al busto. Oltre al nome e ai titoli – “Illustre studioso”, “Preside Liceo Classico Ximenes”, “Presidente 1989/1990 di un Club Service” – figurano i loghi del Rotary Club e dell’associazione Nova Civitas.
 

Secondo quanto emerso, la donazione sarebbe stata effettuata dalla famiglia Marrocco. La presenza dei loghi associativi, dunque, solleva interrogativi sull’opportunità istituzionale e sul decoro di un luogo storico come la Biblioteca Fardelliana. Per Vento, si tratterebbe di un elemento di “visibilità compiacente” in contrasto con la sobrietà che dovrebbe connotare un’istituzione pubblica.
Non è un dettaglio ornamentale: è il punto in cui la memoria rischia di intrecciarsi con la rappresentazione associativa, spostando l’asse dall’omaggio culturale alla promozione simbolica.
Alla luce dei documenti acquisiti, è stata inviata una lettera argomentata ai vertici della Fardelliana – e dunque al sindaco Tranchida, che presiede la Deputazione – nonché, per conoscenza, alla Prefettura di Trapani, quale organo territoriale di vigilanza sulla legalità degli atti amministrativi.


La richiesta è esplicita: procedere alla revoca in autotutela del provvedimento di accettazione ed esposizione del busto.
È un passaggio che segna un salto di qualità nella vicenda. Non più soltanto una discussione pubblica sull’opportunità culturale, ma l’attivazione di strumenti formali di controllo e la chiamata in causa di organi di garanzia.
La polemica non si esaurisce nella figura del preside Marrocco. Tocca un nervo più profondo: il rapporto tra memoria, potere decisionale e regole condivise.
Può una istituzione culturale assumere decisioni di valorizzazione permanente senza un quadro pubblico di criteri? È sufficiente la legittimità formale di una donazione, o occorre un vaglio sostanziale e documentato dei meriti? E ancora: quali limiti deve osservare la comunicazione simbolica all’interno di uno spazio pubblico vincolato?
Domande che, al di là delle appartenenze e delle sensibilità, investono il modo in cui una comunità decide chi consegnare alla propria storia.
Perché quando la memoria entra in un verbale tra le “varie ed eventuali”, il rischio non è solo procedurale: è culturale.