14/02/2020 06:00:00

Salvatore Ferlita racconta Pinocchio di Carlo Collodi. Oggi a Marsala

di Marco Marino

A pensarci bene, il nostro immaginario è popolato esclusivamente da miti accomodanti, da favole perfette per conciliare il sonno. Tutte le storie si meritano un lieto fine, soprattutto, poi, se vogliono raccontare l’universo dell’infanzia, proporsi ai lettori più piccoli: in questo caso, infatti, per una misteriosa regola non scritta, i bambini non devono certo incupirsi per un libro, rischiare che di notte sopraggiungano gli incubi, o peggio cominciare a prendere coscienza della crudeltà al di fuori delle pareti della propria stanza.

Ma di ciò non è responsabile soltanto la Disney, bisogna risalire almeno fino al 1881, vent’anni dopo l’Unità d’Italia, per trovare il bandolo della matassa: un certo Carlo Lorenzini, conosciuto letterariamente come Carlo Collodi, biscazziere alcolizzato e nevrotico, scrive per il Giornale per i bambini un romanzo a puntate sulle rocambolesche disavventure del burattino Pinocchio.

Se fosse dipeso da Collodi, alla fine del Capitolo XV, quel povero pezzo di legno sarebbe morto impiccato dopo aver abbandonato il padre Geppetto, ucciso il Grillo Parlante ed essere stato raggirato dal Gatto e la Volpe.

Accade però qualcosa di eccezionale: la redazione del periodico viene sommersa da lettere che chiedono che Pinocchio sopravviva, anzi, che resusciti. E un anno dopo, assecondando le richieste di quei lettori che non potevano accettare una fine così crudele per un piccolo e indifeso “fanciullo” - e approfittando dell’occasione per continuare a farsi pagare quella storia -, Collodi ridona fiato al suo Pinocchio per rendergli il suo meritatissimo lieto fine.

Oggi però abbiamo la fortuna di poter conoscere la primissima, oscura, edizione di Pinocchio. Grazie alla casa editrice il Palindromo, è arrivata in libreria la versione not-politically correct del capolavoro collodiano, con le illustrazioni mefistofeliche dell’artista Simone Stuto e la curatela del critico letterario Salvatore Ferlita.

E proprio Salvatore Ferlita racconterà il volto inedito di Pinocchio, questo pomeriggio, alle 18, al Complesso Monumentale San Pietro di Marsala, insieme a Roberta Maltese.

Professore, qual era il suo rapporto con Pinocchio prima di cominciare questa sua indagine?

Io ho letto Pinocchio da bambino, letto e riletto, ma senza accorgermi dei fantasmi che si agitavano sotto la pagina. Poi incrociai il Pinocchio parallelo di Manganelli e tutto è cambiato, sono cambiato prima di tutto io come lettore. Quel libro mi ha sconvolto, mi ha fatto capire che non avevo capito nulla, mi ha mostrato che i sentieri esegetici più proficui sono sotterranei, che le voci da ascoltare sono solo tracce ecolaliche. Ecco, la mia avventura di lettore di professione, diciamo così, inizia, prende l'abbrivio con Pinocchio.

Ci hanno sempre mostrato Pinocchio come il mentitore per antonomasia, il figliol prodigo che alla fine si redime. Sarei curioso di chiederle qual è, invece, il volto che mostra in questa prima edizione.

Questa prima edizione oscura ci racconta un'altra storia, da queste pagine si erge un burattino dannato alla rovina, destinato all'annientamento. Un Pinocchio sorprendente, libero da tutte le sovrastrutture, le incrostazioni, le escrescenze alimentate dagli psicologi, dai pedagogisti. È un burattino che prende immediatamente coscienza del fatto che l'infanzia può essere un inferno, che è meglio crescere presto, che degli adulti a volte è preferibile dubitare. Perché tra le tante cose gli adulti mentono, scombinano le carte, cancellano le tracce. Prendiamo Geppetto, che gode di pessima fama, di lui si parla malissimo, non lo stima nessuno: è il falegname che contagia Pinocchio, che gli trasmette il virus della menzogna.

Addirittura.

Il capitolo in questione è il quinto, Pinocchio ha la solita fame da lupi (il contraltare del capolavoro di Collodi è La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi: il primo è il romanzo dei morsi della fame, il secondo è il trionfo a tavola della borghesia), vede davanti a sé una pentola, del fuoco: si eccita, gli si allunga il naso, si precipita e scopre, con delusione somma, che si tratta di un disegno bugiardo, di una rappresentazione fallace. È in quell'occasione che gli si allunga il naso per la prima volta: bene, la menzogna non è sua, la subisce. Povero Pinocchio: la sua è una corsa verso la morte, senza catarsi, senza metamorfosi, senza redenzione.

Che ne pensa del film di Garrone?

La versione di Garrone mi è piaciuta, ottima la fotografia, i luoghi sono veri e insieme immaginifici, Geppetto e la Volpe sono strepitosi, Mangiafuoco struggente; edulcorato invece mi è sembrato Garrone, lo avrei visto meglio con un cipiglio diverso, meno ovattato. La lumaca, poi, inquietante e divertente, i conigli mortuari al punto giusto, i ciuchi perturbanti. Mancano però l'azione, il lato rocambolesco del romanzo, l'anima picaresca di Pinocchio.

Il Pinocchio che esce fuori dalle pagine della sua edizione è davvero un personaggio inedito, paurosamente gotico. A proposito, come legge nel Capitolo XV la pagina della casina dove sono tutti morti a cui Pinocchio, inseguito dagli assassini, chiede soccorso?

Quello è il capitolo ultimativo, è la pietra tombale: siamo in presenza di un rigurgito del Romanticismo Nero, lì il racconto vira dalle parti dell'orrore, la notturnità sovrasta i luoghi e i personaggi. Pinocchio che bussa invano, la bambina che sembra una bambola di cera, morta che parla in attesa della bara, gli assassini cioè il Gatto e la Volpe vestiti di sacchi neri, armati di coltelli, che preparano il cappio. E l'impiccagione, morte terribile e ignominiosa, che ricalca la dinamica cristologica. Un burattino-bambino che invoca invano suo padre, che è lontano, che non può far nulla. Collodi qui manda alla malora la letteratura per l'infanzia, che sacrifica sull'altare della letteratura il finale consolatorio. È un gigante inarrivabile.

Che debito sconta la letteratura italiana nei confronti dell'opera di Collodi?

Un debito enorme che però si fa fatica ad ammettere: basti pensare alle riscritture, alle letture critiche che Pinocchio ha alimentato nel tempo. Il romanzo in questione è diventato una sorta di polmone d'acciaio dell'immaginario, mostrando la via avventurosa del racconto, il ritmo indiavolato, le visioni notturne, i cambi di scena, l'energia del dialogo. Calvino lo ha scritto in occasione del centenario del capolavoro collodiano: che mondo sarebbe senza Pinocchio?