13/11/2020 06:00:00

Strage di Pizzolungo, oggi la sentenza del "processo quater"

Oggi dopo 35 anni dalla Strage di Pizzolungo è attesa a Caltanissetta la sentenza del "processo quater" che vede il boss della famiglia dell’Acquasanta di Palermo, Vincenzo Galatolo, accusato di essere tra i mandanti della strage. I pm Paci e Pacifico hanno chiesto l'ergasotolo. 

La Strage di Pizzolungo, ad Erice, è avvenuta il 2 aprile 1985, l'obiettivo prescelto dalla mafia era il giudice Carlo Palermo, ma ad essere investiti dallo scoppio della bomba e a rimanere uccisi furono Barbara Rizzo di 33 anni e i suoi gemellini di 6 anni, Salvatore e Giuseppe Asta. Quella mattina la donna e i suoi figli passavamo di lì con la loro auto mentre andavano a scuola. 

Ad accusare Galatolo è la figlia Giovanna - La Strage di Pizzolungo, secondo le dichiarazioni del pentito Santino Di Matteo venne decisa, in una riunione di mafia a Castelvetrano, alla presenza dei capi assoluti di Cosa nostra trapanese, Ciccio e Matteo Messina Denaro, padre e figlio.
Ad accusare Galatolo, la figlia “ribelle” Giovanna Galatolo e il pentito Francesco Onorato. «Non appena il telegiornale diede la notizia mia madre iniziò a urlare, i bambini non si toccano. Mio padre le saltò addosso, cominciò a picchiarla, voleva dare fuoco alla casa». «Avevo vent'anni - il racconto di Giovanna, che oggi collabora con la giustizia - a casa sentivo mio padre che diceva: “quel giudice è un cornuto”. Poi, si verificò l'attentato. E mi resi conto, anche mia madre capì. Non si dava pace”».

La strage - La mattina del 2 aprile 1985, il giudice Carlo Palermo si trova a Trapani da 40 giorni. Aveva preso il posto di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, il magistrato ucciso da Cosa nostra due anni prima. Dalla villetta presa in affitto a Bonagia, il giudice Palermo e la sua scorta, ogni mattina percorrono la strada di Pizzolungo per andare a Trapani. E’ l’unica, la più veloce. Cosa nostra sa delle abitudini di Palermo, di quel tragitto fatto ogni giorno. Per eliminarlo, perché Palermo indaga sulla mafia, e negli anni 80 chi indagava sulla mafia veniva ammazzato, Cosa nostra pensa di piazzare un’autobomba sul ciglio della strada di Pizzolungo. Quella mattina del 2 aprile di 35 anni fa Palermo è sulla sua auto, con l’autista Rosario Maggio. Hanno fretta, davanti a loro c’è un’altra auto con a bordo Barbara Rizzo e i suoi gemelli, Giuseppe e Salvatore Asta di 6 anni, li sta portando a scuola. Procede a velocità moderata, l’auto con il giudice Palermo la sorpassa, anche se nel bordo della strada c’è un’auto parcheggiata. E’ l’auto imbottita di esplosivo messa lì dai sicari per il giudice. Nello stesso istante sono allineate le tre auto, quella con a bordo Barbara Rizzo e i suoi figli si trova in mezzo. L’esplosione è violentissima. Ci sono rottami ovunque. Muoiono disintegrati la donna e i suoi due figli piccoli. Carlo Palermo viene sbalzato fuori dall’auto, ma è miracolosamente vivo.

Ombre sulla strage - La mafia voleva uccidere il sostituto procuratore Carlo Palermo. Un magistrato scomodo, che indagava negli affari della droga di Cosa nostra e lo aveva già iniziato a fare a Trento. I boss lo avevano avvertito subito. Carlo Palermo, a Trapani da appena 40 giorni, aveva avviato indagini sulle connessioni tra mafia e colletti bianchi, e stava indagando sui rapporti tra Cosa Nostra, imprese e massoneria. Il movente fino adesso è stato ricondotto alla strategia mafiosa di quegli anni, di colpire gli investigatori ed i magistrati che lottavano contro i clan. Oggi rimangono tante ombre sul ruolo di poteri occulti, massoneria e servizi deviati dello Stato su quella strage, come su tante altre tra quelle ritenute mafiose e tra l’altro, queste ombre sono presenti nel libro che ha scritto lo stesso Carlo Palermo.

I tre processi e le condanne - Dei primi tre processi per la strage di Pizzolungo, bisogna ricordare che, il primo si è svolto contro gli esecutori, tutti appartenenti al clan mafioso di Alcamo, poi assolti in via definitiva dalla Cassazione, dopo una prima condanna in primo grado. E gli altri due processi hanno visto condannati in via definitiva i capi mafia Totò Riina e Vincenzo Virga e in un altro ancora i boss palermitani Nino Madonia e Balduccio di Maggio Gli autori della strage, i componenti del commando che usò il telecomando, arrestati nell’immediatezza, sono stati, dunque, condannati in primo grado, ma sono stati assolti col sigillo della Cassazione. A 35 anni la verità su quella strage non è chiara. Gli assolti dal primo processo, rimasti solamente indiziati, sono risultati in seguito ad altre indagini mafiosi di tutto punto ed esecutori della strage. Ma non possono essere più processati. Nessuno può essere processato per un reato per il quale è stato assolto in via definitiva. Qualcuno di loro è morto, qualcun’altro è in cella ancora. Come l’alcamese Nino Melodia, lui avrebbe premuto il tasto per scatenare l’esplosione,



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