11/01/2021 06:00:00

25 anni dalla morte di Giuseppe Di Matteo, "il bambino che ha sconfitto la mafia"

 Oggi 11 gennaio 2021 ricorre il triste anniversario del terribile omicidio ad opera dei boss di Cosa nostra, del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. Una vicenda, una tragedia quella del ragazzino, prima strangolato e poi sciolto nell’acido, che segue le stragi del '92 e che ad esse è collegata, perché il rapimento di Giuseppe doveva servire a tappare la bocca al padre che, una volta divenuto collaboratore di giustizia stava svelando proprio i retroscena sulle stragi di Capaci e Via D'Amelio.

Era l’11 gennaio del 1996 quando il piccolo Giuseppe Di Matteo, in un casolare nelle campagne di San Giuseppe Jato, veniva strangolato e sciolto nell’acido dai suoi carcerieri: Giuseppe Monticciolo, Enzo Brusca e Vincenzo Chiodo. I tre assassini erano stati mandati lì dal boss Giovanni Brusca che aveva ordinato: “Alliberateve de lu cagnuleddu”.

779 giorni di prigionia

Il 23 novembre 1993, nel pieno del periodo delle bombe e delle stragi mafiose, il dodicenne siciliano Giuseppe Di Matteo viene rapito da un gruppo di criminali su ordine, tra gli altri, di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Erano trascorsi 779 giorni da quando il piccolo Di Matteo, allora dodicenne, era stato rapito dal maneggio di Piana degli Albanesi, da un commando guidato da Gaspare Spatuzza su ordine dei capimafia Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. L’obiettivo dei mafiosi era di convincere Santino, il padre di Giuseppe, diventato collaboratore di giustizia, a ritrattare le accuse verso i suoi ex amici mafiosi e smettere di rivelare i retroscena della Strage di Capaci. Giuseppe, nato il 19 gennaio 1981, viene rapito mentre si trova in un maneggio di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo. Secondo quanto raccontato da Gaspare Spatuzza, pentito poi condannato per il sequestro che ha raccontato i dettagli della vicenda, gli uomini mandati da Brusca si travestono da poliziotti per ingannare il bambino facendogli credere di potergli far incontrare il padre, in quel periodo sotto protezione lontano dalla Sicilia.

Il racconto di Gaspare Spatuzza                                                                                                                                                              

Il pentito Gaspare Spatuzza, boss di Brancaccio, era a capo del commando che prelevò il bambino in un maneggio. "Siamo partiti da Brancaccio a bordo di una Croma. Eravamo io, Salvatore Grigoli, Francesco Giuliano. Luigi Giacalone e Cosimo Lo Nigro erano con un'altra macchina di copertura. Avevamo pistole ed un kalashnikov perché se c'era qualche problema... quindi siamo entrati in questo maneggio, avevamo le casacche della polizia, nessuno di noi conosceva questo bambino, quindi abbiamo chiesto, chiamavamo "Giuseppe, Giuseppe". Il bambino dice: "Io sono". Ci siamo avvicinati e gli abbiamo detto: "Dobbiamo andare da papà e sto bambino si è fatto avanti, perché rappresentavamo per lui la sua salvezza. Lo abbiamo portato in macchina e siamo usciti, gli abbiamo detto che si doveva nascondere bene, perché "siamo qui per te, per tuo papà". E questo bambino ha detto: "Ah, papà mio..". E io gli ho risposto: "Sei contento che devi andare da papà?". "Sì, papà mio, amore mio", una frase così toccante che sul momento non ci fai caso, poi però...". Spatuzza racconta del lungo viaggio del bambino, rinchiuso in un Fiorino, verso la sua prima prigione dove sarebbe stato rilevato da uomini di un'altra cosca che non dovevano neanche conoscere l'identità di quelli che lo avevano prelevato. "I nuovi carcerieri lo volevano legare, noi eravamo risentiti, perché noi sì lo dovevamo sequestrare, ma trattarlo bene".

L’omicidio                                                                                                                                                                                                 Durante la prigionia il bambino fu spostato varie volte tra il Trapanese, il Palermitano e l’Agrigentino, con la complicità di decine di uomini del disonore e fino al 1995 quando viene rinchiuso in un casolare nelle campagne di San Giuseppe Jato. Il padre, dopo una iniziale titubanza, decide di non piegarsi al ricatto e di continuare a collaborare con la giustizia. La sera dell’11 gennaio 1996, quando Brusca sente in televisione di essere stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo, ordina l’omicidio di Giuseppe, che viene strangolato e poi sciolto nell’acido.

Le condanne

Per l'omicidio di Giuseppe Di Matteo sono stati condannati all'ergastolo, decine di mafiosi che hanno partecipato al rapimento e all’omicidio di quello che è diventato un simbolo: “il bambino che ha sconfitto la mafia”. Il 16 gennaio 2012 nel quarto processo sulla morte del bambino, il latitante trapanese Matteo Messina Denaro e il boss Giuseppe Graviano - tra i mandanti del sequestro insieme a Brusca - Luigi Giacalone, Francesco Giuliano e Salvatore Benigno, gli uomini del commando che ne curarono le fasi organizzative. Il 18 marzo 2013 le condanne sono state confermate anche in appello. A inchiodarli è il pentito Gaspare Spatuzza, che nello stesso processo è stato condannato a 12 anni. I processi sulla morte di Giuseppe Di Matteo hanno portato a decine di condanne, tra cui anche quelle di Cristoforo Cannella, alla guida dell’auto sulla quale venne caricato il bambino al momento del rapimento, e Benedetto Capizzi, il boss che indicò il luogo dove lasciare il piccolo dopo il sequestro.

Le manifestazioni per ricordare Giuseppe

Grazie all’impegno del fratello di Giuseppe Nicola, oggi sarà una giornata dedicata a ricordare la figura e il sacrificio di Giuseppe tra i comuni di Altofonte in cui il piccolo era nato e San Giuseppe Jato. “Oggi Giuseppe avrebbe quarant’anni”, ha detto il Sindaco di Altofonte Angelina De Luca, “all’incirca la mia età. Per noi, allora ragazzini del paese, la sua scomparsa e poi la morte è sempre stato un trauma incancellabile. Ma è solo andando sul luogo del suo martirio, nel casolare di Giambascio, che ci si rende conto della brutalità e della desolazione di questa immane tragedia”.

Questo è il programma delle iniziative:

Ore 10 Salone parrocchiale della Chiesa Madre Santa Maria di Altofonte, piazza Falcone e Borsellino la CERIMONIA COMMEMORATIVA,
coordinata da Pino Nazio, giornalista e autore de “Il bambino che sognava i cavalli”, partecipano: Arciprete Vincenzo La Versa, parroco di Santa Maria, Angela De Luca, sindaco di Altofonte Nicola Di Matteo, fratello di Giuseppe, Roberto La Galla, assessore Istruzione e Formazione professionale Regione Siciliana, Claudio Fava, presidente della Commissione Antimafia dell'Assemblea Regionale Siciliana, Salvatore Graziano, commissario del Comune di San Giuseppe Jato, Nicolò Mannino, presidente del Parlamento della legalità internazionale Caterina Pellingra, referente Presidio Libera Valle Jato “Giuseppe Di Matteo e Mario Nicosia”, Monica Genovese, legale della famiglia Di Matteo, Iannello Irene, ex preside dell’Istituto comprensivo di Altofonte, In collegamento con il Senato della Repubblica: Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, Cinzia Leone, vicepresidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere.
Videomessaggi: Monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, Leoluca Orlando presidente Anci Sicilia.

Ore 11.30 Giardino della Memoria, San Giuseppe Jato, località Giambascio
Omaggio floreale al luogo del martirio di Giuseppe Di Matteo
Ore 12:30 San Giuseppe Jato, piazza Falcone e Borsellino, scopertura di una mattonella commemorativa con gli insegnanti e gli alunni coinvolti nel campo estivo di Libera dedicato al ricordo di Giuseppe Di Matteo.
Le manifestazioni si terranno nel rispetto delle norme per il contenimento della diffusione del Covid 19. La partecipazione alla commemorazione nella chiesa di Altofonte è riservata a coloro i quali hanno ricevuto l’invito.

 



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