13/01/2021 06:00:00

La Festa del Monte

di Lavinia Spalanca

S’infilava in una cavità del muro e spariva. Quali segrete porte mi celava? Pareti granitiche di là dall’attaccapanni nero? Eppure si dileguava, in chissà quale andirivieni di stanze dispense soffitte. Lì vicino una sala da bagno immetteva, dai vetri d’una finestrella, nel giardino di palmeti. Gatti randagi penetravano a frotte dai cancelli rugginosi e io li contemplavo, nelle schermaglie furibonde o nei coiti più selvaggi, all’angolo muschiato di grigio. Tutto era immenso per la bimba riccioluta col vestito viola. Specie le stanze della casa, le grandi vetrate che tintinnavano a luglio, per la festa del Monte. La Vergine spuntava, solenne apparizione, sul balcone della cucina. Mia nonna si segnava al suo passaggio e nel frattempo, assicuratasi che nessuno si fosse perso lo spettacolo, sgridava il nonno riemerso troppo tardi dall’attaccapanni nero, che al suo interno celava in realtà un’enorme dispensa.

Dopo pranzo arrivavano i parenti. Il salotto, rimasto chiuso tutto l’anno, all’istante veniva aperto dalla nonna che estraeva dai cassetti gli angioletti di porcellana e le foto di famiglia, pronti a risplendere per gli ospiti che prendevano rumorosamente posto sul divano rosso, rispolverato per l’occasione. Dopo le visite uscivamo per il paese, rianimato dai festoni luccicanti che incorniciavano il Corso, con le pasticcerie che esibivano i “taralli”, unico richiamo per i bimbi trascinati a forza fra i ceri alla Madonna. Ma il momento che aspettavo di più era quello della banda, che si fermava proprio sotto casa dei nonni. Il suono festante e lievemente funereo introduceva il corteo, guidato dall’arciprete vestito di rosso. Il carro era spinto a fatica dai più ferventi paesani, di cui intravedevo soltanto le scarpe nere laccate, giacché il resto era ricoperto di una stola azzurra come il manto sacrale. Chi procedeva a piedi si sbracciava a deporre offerte alla Madonna, circondata da mucchi di cinquanta e anche centomila lire mentre le donne, dai balconi delle case, facevano segno ai ragazzini d’inginocchiarsi e pregare.

La notte era riservata ai fuochi, che illuminavano a giorno il cielo plumbeo del paese. Al primo botto la casa tremava, al gatto si rizzava la coda e io scivolavo svelta nel lettone dei miei. Una volta il telefono si mise a squillare – erano le tre – e il suo stridio martellante invase la casa come la sirena del coprifuoco. Era soltanto lo zio Nicolino, seppi dopo, voleva sincerarsi che tutto fosse di nostro gradimento.

L’indomani mattina, coi miei e mio fratello, c’inoltrammo per i vicoli del paese. Da via Leonida salivamo le strade acciottolate sino al Corso, dove svettavano sullo sfondo le torrette della Matrice. Ad un tratto mio papà si ferma a salutare un signore. Ricordo che quel giorno ero vestita a festa, con un completo chiaro cucito dalla nonna di città. Quel signore un po’ curvo e col bastone, fissata la mia testa riccioluta, scoprì la bocca in un timido sorriso che gli raggrinzì le rughe. Si vede che non era solito sorridere, pensai, aveva uno sguardo così malinconico.

Tornata a casa trovai mia cugina davanti al televisore. Subito riconobbi quell’uomo intravisto pochi istanti prima. «Conosco quel signore – le dissi – l’ho incontrato poco fa e mi ha sorriso!». «Impossibile – sentenziò lei – quello in televisione è una persona importante». «E chi è?» - domandai stupita. «Ignorante!» - mia cugina, sprezzante, replicò - «è Leonardo Sciascia!».

Il racconto è stato pubblicato per la prima volta nell'opuscolo indipendente A-Zine nel 2019



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