L'incendio, la morte di Omar, la ripartenza. Viaggio nella baraccopoli di Campobello
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Niente è semplice da quelle parti, nemmeno capire in che città ci troviamo. L’ex cementificio, dove è morto Omar nell’incendio che ha distrutto la baraccopoli dei migranti stagionali, sembra un’estensione della periferia di Campobello di Mazara, però ricade formalmente nel territorio di Castelvetrano.
Qui i braccianti sono in piena ricostruzione, mentre l’odore di bruciato è ancora pungente.
All’entrata qualcuno ci chiede chi siamo. Una diffidenza legata anche alla piccola piazza di spaccio che c’è all’interno: è una comunità, con le sue declinazioni negative. Proprio come la nostra.
Il nostro viaggio dentro il campo è scandito dai colpi di martello sul legno e dal passaggio di un furgone che porta ciò che serve.
“E’ la vita che va avanti – ci dice suor Luisa Bonforte, volontaria da anni in prima linea – C’è molta forza in queste persone. Stanno rinascendo. Ma oltre alla rinascita, ascoltiamo anche la sofferenza. Conoscevamo Omar, sempre gentile e disponibile, conosceva diverse lingue. Siamo andati a casa del cugino e abbiamo raccolto la sua angoscia per quello che è successo”.
Nel campo l’imperativo è ricostruire, preparandosi ad affrontare anche il freddo.
“Ciò che serve di più in questo momento sono le coperte – ci spiega invece Alessia Maso, dell’associazione Coordit, da Palermo con l’iniziativa ‘Re-agire’ – che serviranno da isolante per le casette fatte con pezzi di legno e riparate dalla pioggia solo con un telo di plastica. Coperte che, più che finire nei letti, diventeranno pareti”.
Poi c’è la squadra di migranti “muratori”, che ogni anno arriva prima degli altri, per costruire le casette in modo un po’ più professionale, aiutando tutti gli altri.
Ed oltre alle “casette”, rinasce anche il “ristorante”, dove un ragazzo senegalese assicura la cena per tutti con pochi euro. Fondamentale elemento di socialità, ma anche di riduzione della probabilità di incidenti legati all’uso dei fuochi: se ognuno si prepara da mangiare da sé, il rischio che possa accadere qualcosa di brutto diventa molto più alto.
A lui chiediamo se non ha paura che possa accadere di nuovo quello che è successo poco più di una settimana fa. Ci risponde con un fatalismo simile a quello siciliano: “E’ la vita. Il domani è lontano. Adesso bisogna solo lavorare per mantenere la famiglia”.
Ma solo ieri, le perdite sono state ingenti. Sono morte perfino nove pecore, tenute in un recinto distante una ventina di metri. Bruciate vive. Le loro carcasse sono ancora lì, divorate dalle mosche.
Ci rendiamo conto, durante il nostro giro, di trovarci in un piccolo mondo, organizzato con proprie regole, fatto di umanità. Nel bene e nel male. Ogni tanto ci dicono di tenere basse le videocamere, la maggior parte di loro non vuole essere ripresa in faccia: “Non è bello che i nostri familiari a casa vedono le condizioni in cui viviamo”.
E capiamo quanto sia difficile ottenere delle risposte precise: quanti migranti ci sono nel campo? Quanti ce n’erano prima dell’incendio? Quanti negli anni scorsi?
Leo Narciso di Libera ci spiega che quasi tutti vivono in Italia da più di un decennio ed ogni anno vengono qui per la raccolta delle olive. Una volta finito il tempo della raccolta, la quasi totalità dei braccianti si sposta altrove: altre zone della Sicilia, della Calabria, della Puglia…
“Rimangono soltanto una sessantina di persone – ci dice Narciso – che lavorano nei campi attorno a Campobello tutto l’anno”.
Sui numeri, invece ci dice che “Negli anni passati, pre pandemia, l’ex cementificio è arrivato ad ospitare fino a 1200 persone”.
Quasi come gli abitanti di Poggioreale. Come si governa una città di 1200 persone?
“In questi anni, tra virgolette, ci sono riusciti – dice ancora Narciso - A fallire però è lo Stato che, nonostante due morti, non è riuscito a cambiare le cose”.
Sì, perché nel 2013 era toccato ad Ousmane, morto dopo le ustioni a causa dell’esplosione di una bombola, quando l’accampamento dei migranti era nella zona di Erbe Bianche. “E proprio a lui era stato dedicato il campo di Fontane d’Oro – aggiunge Narciso – allora eravamo riusciti, insieme ad altri attivisti locali (LibertArea), a portarli lì. Certo, non era il massimo, ma almeno avevano luce, acqua, i bagni e le docce. Purtroppo, in meno di quattro anni si sono succeduti 5 prefetti. Ad ogni avvicendamento tutto ricominciava da capo e spesso si fanno passi indietro. Qui al cementificio l’acqua veniva assicurata in un grande recipiente, che però essendo in pvc si è liquefatto durante il rogo”.
Alla fine del nostro viaggio abbiamo l’impressione che la morte di Omar oggi rischia di diventare come quella di Ousmane nel 2013. Anche allora tutti a dire “mai più ghetti”, ma dopo un primo cambiamento, le cose erano tornate come prima. Oggi, il sì del governo per la costruzione di due campi di accoglienza attrezzati viene già percepito, nei social, come una sorta di regalo agli stranieri: “invece a noi…”.
Ecco, cominciamo bene. Anzi, ricominciamo bene.
Egidio Morici
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