Se questa è una donna
Milioni di esseri umani neutralizzati da una bomba silenziosa; e non sto parlando di guerra batteriologica. Uno strumento ben più sadico, subdolo, che ti lascia vivo togliendoti la vita.
Continui a respirare, ma solo per svolgere le attività stabilite da una legge voluta dagli uomini, emanata da un Ministero delle virtù e del vizio. Una legge-ordigno-selettivo che colpisce solo le donne, quindici milioni di donne che continueranno a respirare senza poter vivere. Un incipit perfetto per un romanzo distopico, un long seller tornato in ristampa dopo vent'anni di pausa, bloccato dalla censura degli abitanti di Utopia.
Ecco, mi sono concessa una breve divagazione letteraria per introdurre il dramma delle donne afghane che si trovano catapultate indietro di oltre vent'anni, costrette a indossare il burqa totale dopo avere conosciuto la gioia che può donare l'aria fresca sul viso. Quindici milioni di donne, e non mi stanco di ripeterlo, che avevano creduto nel grande sogno della libertà che avevamo portato loro nel 2001, compiendo il peggiore degli inganni, senza neppure temere un processo se non quello della storia.
Vorrei chiedere scusa a ognuna di loro, anziché spendere il mio tempo a discutere se è giusto declinare alcune parole al femminile per non imbattermi nella discriminazione di genere. Mi vergogno profondamente del torto che abbiamo commesso su quindici milioni di donne afghane. Nel lungo elenco di cose che non saranno più libere di fare ce ne sono due in particolare che mi sconvolgono: il divieto di ridere a voce alta e cantare. Queste due cose potrebbero apparire meno importanti rispetto alla possibilità di studiare, invece sintetizzano una crudeltà senza precedenti: il divieto a essere felici. Ecco fin dove si spinge la cattiveria di un manipolo di uomini che mistificano persino le sacre scritture in cui dicono di credere. Alle donne afghane resta solo la possibilità di pensare, sognare, desiderare... territori privi di confini, impossibili da controllare, spazi avulsi da censure che diventano rifugi per proteggersi dalla pazzia. E in questi luoghi nasceranno ancora poetesse come Nadia Anjuman, massacrata di botte dal marito, perché aveva osato leggere le sue poesie dinnanzi a un pubblico: era il 2005; in quegli anni avremmo dovuto proteggerla. Avevamo portato un'apparente democrazia nel suo paese, ma non siamo riusciti neanche allora a fare giustizia, il caso venne archiviato come suicidio. La NATO sconfitta da un gruppetto di capi tribali che convinsero la famiglia della ragazza a ritirare la denuncia.
Fuggire da quel paese, chissà quante donne sperano di poterlo fare, riuscire in qualche modo ad arrivare al confine, per poi raggiungere l'Europa e sentirsi respingere alla frontiera: gli afghani non sono profughi di guerra e poi scusate, ma abbiamo già il nostro bel da fare per ora.
Consigli per la lettura: Elegia per Nadia Anjuman a cura di Ines Scarparolo e Cristina Contilli, edizioni Carta e Penna.
Ma anche:Sotto il burqa di Deborah Ellis edito da Rizzoli
Katia Regina
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