Donne di mafia, donne contro la mafia
In un quadro di cambiamento sociale del messaggio femminile valoriale e familiare, la regia di Mariella Martinciglio, con l'Associazione Culturale Teatro del Sole, porta in scena la legalità e il ruolo della donna che spacca il silenzio, in un intrecciata trama tratta dal libro della scrittrice Francesca Incandela “Donne di mafia, donne contro la mafia", in cui le storie aprono ai diversi significati drammatici centrati, che vedono la donna in posizione focale.
Donna come educatrice, vista prima moglie, poi come madre e come custode di valori e significati che divengono tramando familiare di valori e di credenze talvolta distorti, in cui il significato di protezione si confonde con quello di morte, in un alternanza fra la difesa del chiuso nucleo familiare con gli antichi valori patriarcali ed il possibile nuovo, forse fatto di trasformazione, in cui si cammina verso la travagliata luce, scegliendo di amare davvero i figli, anche quelli che rompono gli schemi. Ruolo centrale rappresentato nella drammatica interpretazione di Felicia Berolotta Impastato, donna che ha urlato giustizia e madre di Peppino Impastato, quindi moglie sia di un uomo di cosa nostra e sia madre di un figlio che ad essa si oppone.
Drammatica è la lacerazione fra credenze e amore di madre che porta alla visione del cambiamento, del nuovo parto che non vuole un figlio come agnello sacrificale al cartello e che abbatte il silenzio. Il taciuto, che ha sempre caratterizzato il ruolo della donna arcaica e così anche della donna di mafia, che deve “stare zitta” per appartenere e per non divenire priva di identità ed anzi marchiata di vergogna.
Perché questo è il pensiero che emerge nell'aspro dialogo fra Franca Viola e Filippo Melodia, fatto di parole che rappresentano proprio tale spaccatura fra il vecchio patriarcato e la nuova donna che decide di non tacere e di non soccombere nella depressa figura della “donna nera e muta", prescelta e catturata con l'abuso, legato alla visione della sessualità bestiale, in cui l'atto sessuale diviene ricatto, acquisto, proprietà, appartenenza, perché non dimentichiamo che, in tale cultura, una donna svergognata perde il valore sociale se si oppone e può relazionarsi solo con chi l'ha abusata, se ha la fortuna di essere scelta in moglie, in quanto donna che ha le caratteristiche per rappresentare la “donna d'onore”, ideale nella cultura patriarcale e patriarcale di cosa nostra. I mafiosi divengono così imputati condannati al banco di giudizio di Serafina Battaglia, che ne disconferma il ruolo degradandoli a “pupi e vigliacchi, che fanno gli spavaldi solo con chi ha paura di loro e che non li vede come uomini d'onore, ma come pezze da piedi”, mutando il significato vero dell'onore che non può portare morte e silenzio, ma che ritorna al significato di denuncia e di rottura del taciuto. La mafia come una “brutta cosa" come per Giuseppina Vitale nel passaggio fra donna di mafia a collaboratrice di giustizia, per dare nuova vita ai figli, a cui non ha più il coraggio di spiegare la mafia come cosa giusta, nonostante ne sia stata rappresentanza a Partinico in assenza dei fratelli, boss in carcere. La rappresentazione teatrale diviene così urlo corale, nuovo amore materno, incoraggiamento al cambiamento, al sostegno, all' unione delle forze contro il male oscuro, contro il ruolo della donna portatrice di nuovi valori, come onda che si oppone alla solitudine che lascia soli chi vuole cambiare, affinché il suicidio di Rita Adria non possa ripetersi, perché il sistema a cui ci si oppone, come in ogni manipolazione e ricatto, punisce con l'isolamento, perchè come lei stessa disse: “Da soli, non si può sconfiggere la mafia", ma in realtà da soli, si può lottare, ma difficilmente si può sconfiggere qualsiasi abuso, e sola purtroppo lei si sentì, dopo la strage di via D'Amelio. La “nuova donna che non tace” diviene così protetta da chi ha il coraggio di parlare, in quanto unico temuto da chi necessita del segreto.
Dott.ssa Anna Maria Tranchida
Psicologo e Psicoterapeuta
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