L'accoltellamento di Marsala, ed il braccialetto elettronico: se le vittime non collaborano, la protezione fallisce
L’indagine sull’accoltellamento di via Fortuna a Marsala si è chiusa in tempi record, con tre persone indagate: Francesco Incandela, autore dell’aggressione, e i fratelli Baldassare e Giuseppe Biondo, vittime dell’accoltellamento ma anche accusati di rissa. Tuttavia, emerge ora un retroscena significativo che fa luce su un problema spesso sottovalutato nei casi di violenza domestica: la mancata attivazione del braccialetto elettronico da parte della vittima.
Secondo quanto ricostruito da Tp24, la donna che aveva denunciato il compagno non ha mai attivato il ricevitore del dispositivo, che avrebbe dovuto avvertirla della presenza dell'uomo nelle vicinanze. Il braccialetto elettronico, infatti, è una misura di protezione che le autorità impongono all’aggressore in casi di codice rosso, ma affinché funzioni è necessaria la collaborazione della vittima, che deve accendere il ricevitore per ricevere gli allarmi. Se il dispositivo non viene attivato, diventa inutile.
Una protezione che non viene utilizzata
Il caso di Marsala non è isolato. La Procura segnala che ogni giorno, nel distretto, si registrano tra i tre e i quattro casi di codice rosso, con il braccialetto elettronico spesso imposto agli uomini violenti. Tuttavia, è sempre più frequente che le donne che lo richiedono, o per paura o per decisioni personali, finiscano per non utilizzarlo come dovrebbero.
Nel caso dell’accoltellamento di via Fortuna, la vittima aveva addirittura riallacciato i rapporti con il suo aggressore. Questo ha portato a una conseguenza giudiziaria importante: anche la donna è stata indagata per concorso nel reato commesso dal compagno. Se avesse attivato il dispositivo, Incandela sarebbe stato fermato prima di poter agire.
Il caso di Castelvetrano: il braccialetto usato come strumento di ricatto
Non si tratta di un caso isolato. A Castelvetrano, un uomo con obbligo di braccialetto elettronico è stato arrestato perchè ha violato il divieto di avvicinamento e si è scoperto che la moglie utilizzava il dispositivo in modo discrezionale, come strumento di ricatto. In pratica, è come se gli avesse detto: “Ti tengo con me. Se ti comporti male, accendo il braccialetto e vengono a prenderti”. Un comportamento che snatura completamente la funzione di questo strumento, pensato per garantire sicurezza e non per essere usato come leva in un rapporto già segnato dalla violenza.
Il nodo della collaborazione
Questi episodi mostrano quanto sia fondamentale che le vittime di violenza collaborino attivamente con le autorità per la loro protezione. Le forze dell’ordine e la magistratura forniscono strumenti efficaci, ma senza l’impegno delle persone coinvolte, il sistema rischia di diventare inefficace.
Il problema non è solo normativo, ma anche culturale e sociale: molte donne che hanno subito violenza faticano a staccarsi definitivamente dal proprio aggressore e, in alcuni casi, finiscono per vanificare le misure di protezione attivate per loro sicurezza.
La questione aperta è quindi questa: come si può garantire che gli strumenti di tutela vengano effettivamente utilizzati? E quali strategie possono essere messe in campo per evitare che le vittime, per paura, indecisione o condizionamento emotivo, rendano inefficaci le misure di protezione?
Domande cruciali su cui la giustizia e la società devono ancora trovare risposte.
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