Le minacce alla procuratrice che toglie i bambini alla mafia
Una fotografia di Giovanni Falcone, con accanto una croce grande e tre croci più piccole. E poi un nome scritto a penna: “Caramanna”. È l’ultima intimidazione – inquietante e simbolica – indirizzata alla procuratrice Claudia Caramanna, che da due anni guida la Procura per i minorenni di Palermo. Un’ulteriore minaccia arrivata tra le pagine di un fascicolo custodito al Tribunale per i Minorenni. La croce grande sembra indicare Falcone. Le tre croci più piccole, i suoi tre figli.
Claudia Caramanna è sotto scorta da oltre due anni. Vive protetta da quattro agenti e due auto blindate. Da quando ha deciso di applicare con fermezza il protocollo “Liberi di scegliere”, rimuovendo la responsabilità genitoriale a padri mafiosi e, quando serve, anche alle madri, per salvare i figli dalla criminalità organizzata. È un’idea semplice ma rivoluzionaria: togliere alla mafia i futuri boss, spezzare l’ereditarietà del crimine, dare un’alternativa.
Non sempre è un’azione unilaterale. Spesso la Procura incontra le madri: cerca dialogo, propone un futuro diverso, spiega che se non si cambia rotta i figli finiranno a fare la stessa vita dei padri. A volte le donne accettano. Altre volte si oppongono, magari perché condividono valori e logiche mafiose. È in quei casi che scatta l’allontanamento forzato. Ma sempre, al centro, c’è un principio: il superiore interesse del minore.
Il primo a lanciare questo approccio fu il giudice Roberto Di Bella, in Calabria. Anche lui minacciato, oggi lavora a Catania. “Tutti i boss – ha spiegato – vengono da famiglie disfunzionali, da quartieri dove mancano scuola e servizi. È lì che la mafia li prende e li fa diventare uomini d’onore. Bisogna intervenire prima”. I bambini non vanno puniti, vanno salvati. Soprattutto quelli che vengono usati dai clan per nascondere droga o fare da staffetta: hanno meno di 14 anni, non sono perseguibili, e diventano manodopera inconsapevole.
Non tutti però sono d’accordo. L’approccio ha ricevuto anche critiche, da una parte della magistratura e del mondo accademico. L’accusa: sottrarre figli ai genitori, violare il diritto alla famiglia. Ma – come ricorda Di Bella – la legge è chiara: i tribunali minorili devono intervenire se un bambino è esposto a rischio di carcerazione, morte, o danni psicologici. E l’appartenenza a famiglie criminali, spesso, significa tutto questo.
A Palermo oggi sono 123 i fascicoli aperti dalla procura dei minori per la decadenza della responsabilità genitoriale. Solo nelle ultime settimane Caramanna ha incontrato numerose madri coinvolte nell’operazione antimafia che a febbraio ha portato all’arresto di 180 persone. E nei quartieri dello Zen e dello Sperone ha provato a convincere anche le donne legate allo spaccio.
Qualche segnale positivo c’è. Alcune madri hanno scelto di allontanarsi con i figli. Alcuni uomini, dopo l’intervento del tribunale, hanno deciso di collaborare con la giustizia. Uno di loro ha scritto una lettera di ringraziamento.
A fine maggio l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato la prima legge regionale che istituzionalizza il protocollo “Liberi di scegliere”. È un passo importante, ma la strada resta pericolosa. Caramanna lo sa bene. Dalla lettera anonima nella cassetta della posta al messaggio dell’agosto scorso – «Devi smetterla di occuparti dei figli degli altri» – fino alla foto di Falcone, le minacce non si fermano. Ma nemmeno lei.
Perché, come ha dichiarato in una delle sue rare interviste: «Non ho più una vita. Ma so che sto salvando quella di molti bambini».
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