Mafia, torna in libertà Patrizia Messina Denaro
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Ha lasciato ieri mattina il carcere di Vigevano, in provincia di Pavia, Patrizia Messina Denaro, sorella più giovane e prediletta del boss stragista Matteo Messina Denaro, morto nel settembre 2023 nel supercarcere dell’Aquila. Arrestata il 13 dicembre 2013 nell’ambito dell’operazione antimafia “Eden”, Patrizia ha finito di scontare una condanna per associazione mafiosa e adesso è tornata a Castelvetrano, nel cuore di quella Sicilia che ancora custodisce – e in parte protegge – i segreti della famiglia più potente e misteriosa di Cosa nostra.
Classe 1970, alter ego del fratello Matteo nei lunghi anni della sua latitanza, Patrizia Messina Denaro è stata il nodo cruciale nelle comunicazioni riservate del clan. Lo confermano le indagini della Polizia e della Dia, coordinate dalla Dda di Palermo, e lo confermano anche i pizzini ritrovati nel covo di Campobello di Mazara, tra cui quelli che facevano riferimento proprio a lei: “4.500 Avv. Patrizia”, “1.000 Pat”.
La donna dell’ombra
In un ambiente mafioso dominato da uomini, Patrizia ha avuto un ruolo di primo piano. Nel 2011 – raccontano gli atti giudiziari – era lei a tenere in piedi il sistema di contatti del boss latitante, sfruttando anche l’anonimato del web: profili Facebook con nomi e foto false, poi improvvisamente cancellati poco prima dell’arresto. In particolare, si sospetta abbia usato un account con il nome di Lucilla, come l’imperatrice romana. Pensava in grande.
In carcere, andò a trovare il marito, Vincenzo Panicola, detenuto a sua volta. Fu allora che ricevette un messaggio delicato: l’imprenditore Giuseppe Grigoli, uomo chiave del sistema economico mafioso, sembrava pronto a collaborare con la giustizia. Patrizia riferì tutto a Matteo, che ordinò prudenza: «Non toccatelo, perché danno può fare... può diventare una catastrofe». Lei non era d’accordo. Ma si fece come diceva il fratello.
La venerazione, il patrimonio, e l’eredità del comando
Patrizia ha sempre avuto una venerazione assoluta per Matteo. In un pizzino del 1996 scriveva: «Spero che a me permetterai di cresimare tua figlia, vorrei tanto avere uno dei tuoi figli come figlioccio». Era la più piccola, la più determinata, quella che più somigliava al boss nei modi e nel carisma.
Insieme all’altra sorella Rosalia (oggi in carcere, soprannominata “Fragolone” nei pizzini), conosceva i nomi e i ruoli delle figure chiave del clan ancora da identificare: “Parmigiano”, “W”, “il Politico”. Dietro quei soprannomi si nascondono probabilmente prestanome, colletti bianchi, politici e professionisti che continuano a gestire un patrimonio milionario fatto di immobili, aziende, relazioni e potere.
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