54 anni fa la tragedia del "Mostro di Marsala". Una ferita che la città non dimentica
Era il 21 ottobre del 1971 quando a Marsala scomparvero tre bambine: Antonella Valenti, 9 anni, e le sue cuginette Ninfa e Virginia Marchese, di 7 e 5 anni. Da quel giorno nulla fu più come prima. La loro sparizione e il successivo ritrovamento dei corpi sconvolsero non solo la città, ma l’intero Paese, entrando nella memoria collettiva come uno dei fatti di cronaca più terribili del Novecento siciliano.
Cinque giorni dopo la scomparsa, il 26 ottobre, il corpo di Antonella venne trovato per caso in contrada Rakalia, nei pressi di una scuola abbandonata. Accanto, un rotolo di nastro adesivo che condusse gli investigatori fino a Michele Vinci, lo zio della bambina, operaio in una fabbrica dove quel nastro veniva prodotto. Le indagini, coordinate dal giudice Cesare Terranova – che pochi anni dopo sarebbe stato ucciso dalla mafia – portarono al suo arresto e, dopo una confessione piena di contraddizioni, alla condanna.
Il caso, però, non si chiuse mai davvero. Le versioni di Vinci cambiarono più volte, spuntò l’ipotesi di complici, e perfino di un possibile movente legato alla criminalità organizzata. Nel suo diario carcerario, Vinci scrisse che Antonella sarebbe stata rapita per punire il padre, che si sarebbe rifiutato di partecipare a un sequestro di persona organizzato da Cosa nostra. Una pista mai provata, ma che contribuì ad alimentare i dubbi.
Negli anni, la vicenda fu segnata anche da morti misteriose di alcuni testimoni e personaggi collegati all’inchiesta: decessi accidentali, cadute, improvvisi malori che lasciarono aperti molti interrogativi.
Michele Vinci, condannato definitivamente nel 1978 a 29 anni di carcere, è oggi un uomo libero. La “verità processuale” dice che è lui il colpevole del triplice omicidio. Ma la “verità storica”, quella che riguarda i perché più profondi e i contorni oscuri di quella tragedia, continua a sfuggire.
A più di mezzo secolo di distanza, il caso del “Mostro di Marsala” resta una ferita aperta nella memoria cittadina. Non solo per l’orrore di un crimine familiare, ma per i tanti punti oscuri, le coincidenze inspiegabili e il dolore che, ancora oggi, accompagna il ricordo di tre bambine innocenti.
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