Paradossalmente, gli orfani di Berlusconi non sono solo i forzisti e Noi Moderati, ma finanche il centrosinistra.
Nel febbraio del 1992, quando il “mariuolo” Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, fu arrestato in flagranza di reato per corruzione, ebbe inizio Tangentopoli: uno tsunami che demolì il pentapartito composto da DC, PSI, PSDI, PLI e PRI.
Che il quadro politico, nazionale e internazionale, stesse mutando lo aveva già dimostrato la svolta della Bolognina dell’anno precedente, che trasformò il Partito Comunista Italiano nel Partito Democratico della Sinistra.
L’allora presidente del Milan e fondatore di Fininvest, privo dell’appoggio di Craxi, optò per la celebre “discesa in campo”. Nel 1994 annunciò la nascita di Forza Italia, con la celeberrima dichiarazione: “L’Italia è il Paese che amo” e per “contrastare le sinistre e riformare il Paese”.
Nel rinnovare la nazione, sdoganò il Movimento Sociale Italiano, che dopo la morte del suo leader storico, Giorgio Almirante, si convertì in Alleanza Nazionale (AN), mentre la Lega Lombarda divenne Lega Nord.
AN aveva il suo bacino elettorale nel Centro-Sud, la Lega nel profondo Nord. Il “Caimano”, per conciliare le due anime — visto che Bossi si era dichiarato apertamente antifascista e urlava “Roma ladrona” —, in vista delle elezioni del 1994, in piena Tangentopoli e con il nuovo sistema elettorale (il Mattarellum, dal nome del suo redattore, l’attuale Presidente della Repubblica), che attribuiva il 75% dei seggi con il maggioritario, s’inventò la doppia coalizione: Polo delle Libertà al Nord, Polo del Buon Governo al Centro-Sud. La “liberazione” dal MSI verso AN portò 5.214.133 voti, con un aumento del 143%.
Fino al 2022, nonostante gli acciacchi fisici e l’assenza di un successore designato, il Cavaliere aveva fatto da argine sia alla Lega che a Fratelli d’Italia — costituitosi nel 2012 dopo lo scioglimento di AN, confluita nel 2009 nel Popolo della Libertà.
Probabilmente, il sostantivo Libertà esprime un valore che provoca orticaria alla destra radicale italiana. D’altronde, il Cavaliere, nei suoi illuminanti appunti al Senato, annotava: “Giorgia Meloni: comportamento 1. supponente, 2. prepotente, 3. arrogante, 4. offensivo, 5. ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti. È una con cui non si può andare d’accordo.”
Poi giustificò il voto di fiducia come un dovere per il bene del Paese, in linea con quanto espresso dagli elettori e per lealtà verso gli alleati.
Alla luce dei tre anni di governo Meloni, la morte di Berlusconi ha reso orfani, oltre a FI e Noi Moderati, anche Renzi, Calenda e persino il PD, che oggi si ritrova, paradossalmente, a rimpiangere l’argine che il Cavaliere aveva rappresentato contro la deriva della destra radicale.
Vittorio Alfieri