Alla vigilia del Natale, mentre in gran parte del mondo si accendono luci e si moltiplicano i riti della festa, a Gaza l’inverno è diventato un ulteriore fattore di morte. Pioggia, freddo e fame si sommano a una crisi umanitaria che non si è mai realmente fermata, ma che oggi scivola sempre più ai margini dell’attenzione mediatica.
Migliaia di bambini palestinesi trascorrono queste settimane in tende di fortuna, spesso allagate, senza riscaldamento né protezioni adeguate. Le temperature notturne scendono sotto i dieci gradi, il vento penetra nei teli di plastica e l’umidità trasforma i campi per sfollati in distese di fango. Per chi è già indebolito dalla malnutrizione, il freddo diventa un moltiplicatore di rischio: ipotermia, infezioni respiratorie, diarrea e polmoniti possono risultare fatali.
I numeri diffusi dalle agenzie internazionali parlano chiaro. Secondo l’Unicef e l’Organizzazione mondiale della sanità, i livelli di malnutrizione acuta tra i bambini di Gaza restano allarmanti. Migliaia di minori sotto i cinque anni sono stati identificati come gravemente denutriti negli ultimi mesi, e in alcune aree quasi un bambino su cinque presenta forme di malnutrizione che mettono direttamente in pericolo la vita. Nel corso del 2025 sono stati segnalati decessi legati alla fame, un fenomeno che si intreccia con il collasso del sistema sanitario e con l’impossibilità di garantire cure adeguate e continue.
Le strutture mediche che trattano la malnutrizione severa lavorano oltre la capacità, spesso senza carburante sufficiente per alimentare generatori, frigoriferi e apparecchiature salvavita. La carenza di acqua potabile e il sovraffollamento nei campi aggravano ulteriormente la situazione, creando un circolo vizioso in cui fame e malattia si alimentano a vicenda.
In questo contesto, l’arrivo a Gaza del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, assume un valore simbolico forte. Pizzaballa è entrato nella Striscia per una visita pastorale alla parrocchia della Sacra Famiglia, alla vigilia delle celebrazioni natalizie, portando un messaggio di vicinanza a una comunità che – come recita una nota del Patriarcato – “continua a vivere tempi bui e difficili”. Una presenza possibile solo previa autorizzazione israeliana, mentre restano bloccati altri aiuti, come la papamobile donata da papa Francesco e trasformata in veicolo sanitario per i bambini di Gaza, pronta ma ancora ferma oltre il confine.
Il Patriarcato latino denuncia apertamente l’assenza di prospettive reali per la popolazione civile. Sami El-Yousef, amministratore delegato del Patriarcato, parla di una tregua che non ha portato giustizia né dignità: gran parte della Striscia resta sotto controllo militare, i materiali per la ricostruzione non entrano, e la lista degli oggetti vietati impedisce persino la realizzazione di ripari adeguati per affrontare l’inverno. “Non c’è alcuna intenzione – scrive – di permettere alle persone che vivono a Gaza di ricominciare a ricostruire le loro vite”.
La situazione non è meno grave in Cisgiordania, dove l’espansione degli insediamenti, i posti di blocco e la confisca di terre continuano a segnare la quotidianità dei palestinesi. Anche qui, secondo il Patriarcato, la distanza tra i discorsi internazionali sulla pace e la realtà sul terreno resta enorme.
Eppure, in mezzo a questo scenario, esistono gesti silenziosi di resistenza umana. La piccola comunità cristiana di Gaza, circa 650 persone, ha contribuito dall’inizio della guerra alla distribuzione di aiuti a centinaia di migliaia di sfollati: cibo, medicinali, prodotti per l’igiene. Un impegno che non fa rumore, ma che continua anche ora, mentre i bambini tremano nelle tende e l’inverno avanza.
A Gaza, questo Natale, il contrasto è stridente: da una parte il calendario delle feste, dall’altra una realtà in cui nascere o essere bambini significa affrontare fame, freddo e precarietà assoluta. Una tragedia che non si consuma in un giorno, ma che continua, lenta e implacabile, lontano dai riflettori.
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