×
 
 
31/12/2025 06:00:00

L'ultimo passo nella danza di Goethe: in memoria di Lorenzo Reina

di Katia Regina

Johann Wolfgang von Goethe immaginava la Natura come una grande danzatrice, un’entità suprema che ci afferra nel vortice della sua danza sfrenata e ci trascina seco, senza chiederlo e senza preavviso, finché, stanchi, non ci sciogliamo dalle sue braccia e cadiamo. In questa danza rimaniamo aggrappati alle sue vesti, in un moto perpetuo dove la morte non è una crudeltà, ma il suo artificio per avere molta vita.

 

Sabato 27 dicembre, Lorenzo Reina si è sciolto da quell’abbraccio. Lo immagino così: un ultimo passo leggero tra i muretti a secco di Santo Stefano Quisquina, un istante prima che la Danzatrice lo lasciasse scivolare dolcemente sulla terra dei Monti Sicani, proprio lì, a pochi passi da quella Fattoria dell’Arte che è stata il suo tempio per trent’anni. È morto nel cuore del solstizio d’inverno, proprio quando il Sole sembra fermare il suo viaggio a Sud e sussurrare: fermati anche tu, riposa, c'è un fuoco che ti riscalderà. Quella di Lorenzo non è stata una fine, ma l’atto finale di un uomo che ha passato l’esistenza a cercare di solidificare il silenzio.

 

Ho conosciuto Lorenzo, ci siamo parlati per pochi minuti, ma mi è bastato per capire che mi trovavo dinanzi a un essere speciale. È una questione di vibrazioni, energie, flussi invisibili che risuonavano anche nel silenzio. Mi è apparso come un contadino di Dio, come lui stesso si definiva, capace di accogliere i visitatori con fare dimesso, mentre la sua umiltà lo innalzava oltre la sua stessa opera. Prima ancora di essere il creatore del Teatro Andromeda, Lorenzo era il ragazzo che a sette anni voleva scrivere poesie e che il padre, pastore per antica eredità, guardava con il sospetto di chi vede nell'arte una distrazione dal dovere.

 

La sua è stata una storia semplice eppure epica. Ricordo i suoi racconti di quando, adolescente, scolpiva alabastri al lume di una fiaccola dentro la stalla, mentre gli altri pastori gli urlavano di spegnere la luce. Aveva l'odore della lana e della terra, ma nella bisaccia portava libri e scalpelli. È stato tra i pascoli che ha imparato a leggere il cosmo: guardando le sue pecore restare immobili, ammaliate dall'energia della collina, ha capito che doveva rimettere ogni singola pietra al suo posto, trasformando un ovile in una cattedrale di luce.

 

Lorenzo s’è fatto demiurgo e ha costruito un teatro in un pizzo di montagna, disponendo 108 sedute calcaree per ricalcare la mappa della Galassia di Andromeda. Lo rivedo nella sua postazione privilegiata durante gli spettacoli: incorniciato dalle mura tirate su a secco, vestito di bianco, bello come la sua straordinaria opera. Oggi la sua morte ci appare prematura, un’ingiustizia della Natura, ma Lorenzo ci ha lasciato la chiave per non disperare nella sua Crisalide, quel calco in bronzo ricavato dal ventre di una pecora morta. Con quel gesto voleva rendere visibile l'invisibile, dimostrando che la morte non è assenza, ma un grembo che prepara una trasformazione, un viaggio dall'utero all'eterno ritorno.

 

In questo passaggio, il mio abbraccio più forte va alla moglie Angela e ai figli Christian e Libero. Ho avuto il grande privilegio di conoscere Libero, un artista altrettanto straordinario, musicista e cantore, un guerriero scalzo dell'esercito della Gentilezza. Un ricercatore di sonorità armoniose, costruttore di senso attraverso l'arte. Libero è un cantautore, ma anche un cantore laico, la sua cattedrale è il mondo intero, senza distinzioni né confini, si spinge ai margini di una sacralità Altra, diffonde suoni intrisi di suggestioni sciamaniche. Racconta storie di Eroi nomadi, di una Sicilia in cui ha scelto di restare, ma non per resistere quanto piuttosto per esistere .

 

Libero ha trovato il suo posto nel mondo lì, sui monti Sicani, accanto a quel teatro di pietra costruito da suo padre; pianifica i suoi concerti in funzione delle esigenze della Fattoria, fedele alle necessità della terra, ai suoi cicli di semina e raccolta.

 

Se oggi Lorenzo è tornato a essere sostanza vibrante di quella terra, Libero ne è la voce e il canto. La pietra tace, ma la scintilla resta incastonata nel calcare dei Sicani, pronta a trasformarsi ancora una volta, al prossimo solstizio, da luce in parola attraverso il suo canto. Perché in quel teatro, come diceva Lorenzo, non si assiste solo a uno spettacolo: ci si lascia vivere dal silenzio, in attesa che qualcuno torni a dargli voce.

 



Native | 31/12/2025
https://www.tp24.it/immagini_articoli/30-12-2025/1767084575-0-studio-vira-bilancio-2025-e-auguri-per-il-nuovo-anno.jpg

Auguri per il nuovo anno da Studio Vira

Il 2025 è stato un anno ricco di sfide e opportunità, affrontate grazie alla fiducia di clienti e partner e al lavoro di una squadra in costante crescita. Il team di Studio Vira si è ampliato ulteriormente,...