Alle tre di notte qualcuno prende a calci una porta. Poi il vetro che si rompe, le urla, una pistola in mano. Dentro casa c’è una donna di 67 anni, sola. Fuori, due uomini che chiedono di suo figlio. “Dov’è tuo figlio? Dobbiamo ammazzarlo”.
È questa la scena al centro dell’ordinanza con cui il Gip del Tribunale di Marsala ha disposto la custodia cautelare in carcere per Antony e Giuseppe Licari, fratelli marsalesi accusati di coltivazione di marijuana, violenza armata, minacce e violazione di domicilio aggravata. L'arresto è stato eseguito il 5 Gennaio scorso. Antony Licari, classe 1996, è difeso dall'avvocato Diego Tranchida, mentre il fratello maggiore Giuseppe, classe 1985, è difeso dall'avvocato Vito Daniele Cimiotta.
Una notte di violenza che, secondo gli atti giudiziari, nasce dal furto di due piante di cannabis e degenera in una spedizione punitiva armata, consumata nel cuore della città. Una storia che testimonia, ancora una volta, quanta violenza e assenza di scrupoli ci sia dietro ai tanti affari di droga che ci sono a Marsala.
L’irruzione alle tre di notte
È la notte tra il 9 e il 10 dicembre 2025. Intorno alle tre, Antonina Rita Scardino viene svegliata di soprassalto mentre dorme sul divano. Ai carabinieri racconterà di aver sentito rumori e grida provenire dalla strada. Si alza, va verso la cucina e dalla finestra nota un dettaglio che la allarma subito: la porta d’ingresso di casa è aperta.
Quando si sposta nel corridoio vede salire le scale e arrivare sul pianerottolo Antony e Giuseppe Licari, persone che dice di conoscere da tempo. Antony Licari ha in mano una pistola di colore grigio ed è visibilmente agitato. Le si avvicina e le chiede: “Dov’è tuo figlio?”. Prima che possa rispondere, la colpisce con una testata al volto.
I due fratelli iniziano a cercare il figlio all’interno dell’abitazione, continuando a urlare: “Dobbiamo ammazzare tuo figlio, dov’è tuo figlio”. Il giovane non è in casa. Prima di andare via, Antony Licari esplode un colpo di arma da fuoco in aria, poi prende a calci la porta d’ingresso.
La donna riferisce di aver tentato di chiamare i carabinieri, ma che la moglie di Antony Licari le avrebbe tolto il telefono dalle mani, impedendole di chiedere aiuto in quel momento. Agli investigatori dirà di non aver sporto querela “perché ho paura”, spiegando di temere per la propria incolumità e per quella del figlio.
L’inseguimento e le minacce per strada
Poco prima dell’irruzione, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, Simone Ivan Dulcetta si era introdotto in un garage di via Alcamo, in uso ai fratelli Licari, per rubare alcune piante di marijuana. Ne prende due o tre, ma nel momento in cui sta uscendo scatta l’allarme.
Antony Licari arriva sul posto e lo sorprende. Inizia un inseguimento per strada, durante il quale gli urla contro: “Vieni qui, pezzo di merda, che ti ammazzo”, chiamando a gran voce il fratello Giuseppe. Dulcetta riesce a fuggire, si nasconde dietro un mezzo parcheggiato e chiama il 112. Sarà la madre, nel frattempo, a trovarsi i due fratelli armati dentro casa.
Il garage trasformato in serra
Le indagini dei carabinieri portano proprio a quel garage. Non si tratta di un semplice deposito, ma di una serra indoor ricavata in uno stabile abbandonato, formalmente intestato alla nonna defunta dei due indagati.
All’interno vengono trovate decine di vasi con piante di cannabis, molte appena recise, lampade riscaldanti, teli riflettenti e materiale tecnico per la coltivazione. Gli investigatori rinvengono anche fogli con istruzioni dettagliate e scoprono che l’intero impianto era alimentato tramite un allaccio abusivo alla rete elettrica pubblica.
Per il giudice non si tratta di coltivazione domestica, ma di un’attività organizzata, strutturata, destinata alla produzione di sostanza stupefacente.
La pistola mai sequestrata, ma gli indizi restano
La pistola utilizzata durante l’irruzione non viene sequestrata. Tuttavia, secondo l’ordinanza, il quadro indiziario è solido. Nel garage vengono rinvenuti due proiettili calibro 32, compatibili con l’arma descritta dalla donna. Non vengono trovati bossoli a terra, circostanza ritenuta coerente con un colpo esploso in aria.
Quando Antony Licari viene fermato, presenta una ferita fresca alla mano destra, giudicata compatibile con l’effrazione della porta dell’abitazione. Sul portone vengono inoltre rilevate tracce di sangue.
Per il Gip, questi elementi confermano che l’arma c’era ed è stata usata per intimidire.
Dopo l’aggressione, nuove minacce
La vicenda non si chiude con quella notte. Il 19 dicembre, secondo quanto dichiarato da Dulcetta agli investigatori, i fratelli Licari tornano a farsi vedere. Gli chiedono 9.000 euro come “risarcimento” per le piante sottratte. In caso di mancato pagamento, lo avvertono, si passerà “ad altre situazioni”.
Un episodio che rafforza il timore delle vittime e pesa nella valutazione del giudice.
Un nome già noto per violenze e spedizioni punitive
Per gli inquirenti, il profilo di Antony Licari non è quello di un soggetto incensurato o occasionale. Il giovane, infatti, non è nuovo a episodi di violenza. Nell’ottobre del 2020 era stato arrestato a Marsala nell’ambito di un’inchiesta su una serie di spedizioni punitive e aggressioni a sfondo razzista avvenute nel centro storico della città.
Secondo le indagini della polizia, Licari faceva parte di un gruppo di giovani che, durante l’estate, aveva preso di mira migranti e cittadini extracomunitari, aggredendoli brutalmente di notte con calci, pugni e oggetti contundenti. Gli investigatori parlarono allora di una “rabbia bestiale”, di raid violenti pianificati, compiuti con “efferatezza e spietatezza” e con finalità di odio etnico-razziale.
In quell’indagine emerse anche un clima di paura diffusa: molte vittime non denunciarono le aggressioni e, in alcuni casi, rinunciarono perfino a recarsi al pronto soccorso per timore di ritorsioni. Un contesto che, secondo il Gip, rende ancora più significativo il rischio di reiterazione della violenza emerso nell’attuale procedimento.
La decisione del giudice: solo il carcere
Per il Tribunale di Marsala esistono gravi indizi di colpevolezza e un concreto rischio di reiterazione. La violenza notturna, l’uso delle armi, il clima di paura, i precedenti penali e la pistola mai ritrovata portano il Gip a escludere qualsiasi misura alternativa.