Servire lo Stato senza obbedire al potere. "Tracce di verità", di Gianni Palagonia
Un ictus in ufficio. Fascicoli investigativi che scompaiono dagli archivi della Questura e riemergono nei cassonetti della spazzatura. Decine di mafiosi individuati in territori considerati “immuni”. E un poliziotto che, per aver raccontato ciò che vedeva, diventa un problema per le stesse istituzioni che serviva.
È questo il cuore di “Tracce di verità” – Memorie scomode di uno sbirro, il libro, edito da Multiverso Edizioni, di Giuseppe Monforte in arte Gianni Palagonia, ispettore di Polizia che per anni ha operato tra la Catania delle stragi e il Nord Italia, dove vive sotto protezione insieme alla sua famiglia. Il volume è disponibile in libreria, negli store on line e in versione e-book. Il libro non nasce come operazione editoriale, ma come testimonianza civile. Palagonia racconta dall’interno un doppio fronte: da un lato la lotta alla criminalità organizzata – che al Nord esiste, investe, ricicla e si mimetizza – dall’altro quello che definisce il “fuoco amico”: ostruzionismi, delegittimazioni, indagini interne e mobbing istituzionale nei confronti di chi non accetta l’immobilismo.
Il racconto si apre con un evento simbolico e reale: l’ictus ischemico che colpisce l’autore mentre è in servizio. Da lì si sviluppa una narrazione a due livelli: la riabilitazione di un uomo costretto a reimparare a parlare e a muoversi e il passato di un investigatore che sostiene di aver pagato un prezzo altissimo per aver toccato interessi scomodi, anche raccontandoli in precedenti romanzi come il best seller "Il Silenzio". Tracce di verità non è un memoriale autocelebrativo né un atto di accusa generico. È il racconto di una frattura: quella che si apre quando il dovere entra in conflitto con la carriera, e la coscienza con l’obbedienza. Una storia che solleva interrogativi su mafia al Nord, gestione delle indagini, tutela dei servitori dello Stato e costi umani della verità.
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