Allo Sperone la parola “comunità” non è un concetto astratto. È qualcosa che si vede, che si tocca, che prende forma nei luoghi dell’educazione, dove scuola, parrocchia e associazioni lavorano insieme per costruire possibilità reali. Non scorciatoie, non promesse vuote, ma percorsi concreti per i ragazzi di uno dei quartieri più complessi di Palermo.
Il primo presidio è la scuola. All’Istituto comprensivo Sperone–Pertini l’educazione non si ferma alla didattica, ma attraversa le relazioni, le scelte quotidiane, il modo stesso di stare nel quartiere. «Qui allo Sperone non è solo un’esperienza professionale, è un’esperienza umana», racconta la dirigente Antonella Di Bartolo. È una scuola che ribalta le gerarchie tradizionali, che rifiuta l’idea di un’istituzione distante o autoreferenziale. «Non sono i ragazzi a garantire il posto di lavoro agli adulti, siamo noi qui per i ragazzi e per il quartiere, di cui loro sono i figli».
Nessuna retorica salvifica, nessun racconto dell’eroe che arriva dall’esterno. Piuttosto una convinzione chiara: le periferie non hanno bisogno di carità, ma di presenza, continuità, lavoro condiviso. È da qui che passa il senso più profondo dell’educazione, intesa come costruzione di indipendenza di pensiero, autonomia, futuro. Formare cittadini liberi, capaci di uno sguardo critico sul mondo.
In un quartiere dove mancano spazi di aggregazione, la scuola finisce per assumere un ruolo ancora più centrale. Lo racconta la vicepreside Kelia Modica. Qui l’istituto diventa casa, punto di riferimento, luogo di ascolto non solo per gli studenti, ma anche per le famiglie. «Oggi le famiglie hanno fiducia nelle istituzioni, non si vergognano più di chiedere aiuto». Un cambiamento che si è reso evidente soprattutto durante la pandemia, quando molti genitori si sono ritrovati improvvisamente senza reddito. La risposta non è arrivata dall’alto, ma da una raccolta fondi spontanea organizzata dai docenti. «Questa per noi è comunità: camminare tutti insieme». Allo Sperone l’obiettivo non è soltanto insegnare a leggere e scrivere. È sottrarre i ragazzi alla strada, offrire esperienze che aprano lo sguardo e cambino la percezione di sé. I viaggi Erasmus, il primo volo in aereo, l’albergo, l’estero: occasioni che per molti studenti rappresentano una prima volta assoluta, una possibilità di immaginare un futuro diverso.
Accanto alla scuola, la parrocchia è un altro punto fermo della rete educativa. Don Ugo Di Marzo parla di periferia non solo come luogo fisico, ma come condizione esistenziale. Qui la parrocchia diventa spazio di aggregazione, ascolto, connessione. Borse di studio, sostegno scolastico, convenzioni universitarie, progetti musicali, sportivi e culturali: strumenti concreti per intercettare anche quei ragazzi che non si avvicinano spontaneamente agli ambienti ecclesiali. «Questa comunità soffre ancora la mancata discesa dell’ascensore sociale – spiega – ma è proprio qui che bisogna creare alternative».
Lo Sperone, però, non viene raccontato rimuovendo i problemi. Resta una delle principali piazze di spaccio del Paese, una ferita profonda che incide sulla vita delle famiglie e sull’economia del quartiere. «Ma lo spaccio porta morte – ricorda Don Ugo – e per questo serve conoscenza, consapevolezza, futuro». È anche da questa consapevolezza che nasce il lavoro educativo: offrire strumenti, costruire possibilità, restituire margini di scelta.
In questa rete si inserisce anche il lavoro dell’associazione L’arte di crescere. Nata intorno ai temi della maternità e dell’allattamento, dal 2019 opera allo Sperone intrecciando arte e relazioni. Il primo murale, Sangu e latti di Igor Scalisi Palminteri, ha segnato l’inizio di una collaborazione profonda con il territorio. Oggi l’associazione porta avanti Abiti ribelli, un progetto che coinvolge donne del quartiere e della città, di età e storie diverse, anche in carico ai servizi della giustizia. Dalla vendita all’asta di cento abiti da sposa nascerà un’area fitness gratuita, restituita alla comunità. «Lo Sperone è una comunità in crescita», spiega Monica Garraffa, «che impara e cresce un passo alla volta».
I problemi non mancano: disoccupazione, povertà educativa, dispersione scolastica. Ma allo Sperone esiste una rete che non si ferma, che cerca i ragazzi, li chiama per nome, non li lascia indietro. Ed è forse questo il dato più forte che emerge attraversando il quartiere: lo Sperone non è un quartiere da etichettare, ma da conoscere.