Mazara del Vallo: "Quando il clima estremo incontra una costa senza difese"
I danni prodotti dal ciclone Harry lungo la costa di Mazara del Vallo sono sotto gli occhi di tutti. Strutture divelte, cabine crollate, strade invase dal mare, una spiaggia letteralmente cancellata in alcuni tratti. Il sindaco ha già quantificato i danni in circa 7 milioni di euro. Ma attribuire tutto e solo alla furia del ciclone rischia di essere una semplificazione comoda e fuorviante.
Non è la prima volta che le mareggiate colpiscono questo tratto di costa. Mazara ha una lunga storia di eventi erosivi e di danni alle strutture balneari. Questa volta, però, la durata dell’evento e l’altezza delle onde sono state nettamente superiori, coerenti con gli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico nel Mediterraneo. Mareggiate più lunghe e più distruttive.
Ma il punto cruciale è un altro: quanto era preparata questa costa a reggere un evento di questo tipo?
Negli anni, alla spiaggia è stato progressivamente lasciato sempre meno spazio. Villini costruiti fronte mare, spesso al di sotto dei 150 metri dalla battigia previsti dalla legge, poi sanati con la legge n. 47/85. Non tutti abusi di necessità: in molti casi si è trattato di scelte consapevoli, ancorati là dove il mare, ciclicamente, reclama il suo spazio.
A questo si è aggiunta la strada litoranea, che ha ulteriormente ristretto la fascia sabbiosa. Poi la pista ciclabile. Poi i lidi balneari che, pur nel rispetto formale delle concessioni, hanno occupato quasi interamente la spiaggia disponibile, con strutture sempre più grandi, pesanti e soprattutto non più smontate durante l’inverno, trasformando opere stagionali in presenze permanenti.
Il risultato è sotto i nostri occhi: una costa rigida, compressa, senza capacità di assorbire l’energia del mare.
Le mareggiate non hanno trovato lo spazio naturale per smorzare il loro impeto. Dove un tempo poteva esserci un sistema dunale, una spiaggia larga e mobile, oggi ci sono muretti, divisori in cemento, pali infissi nella sabbia e asfalto. In queste condizioni, l’onda non si dissipa: si concentra e distrugge.
Se fosse stato lasciato un sistema dunale, se la spiaggia avesse potuto arretrare naturalmente, probabilmente i danni non sarebbero stati nulli ma non avrebbero avuto questa portata.
Oggi si contano i danni economici. È giusto e necessario. Ma sarebbe un errore fermarsi lì. Perché le responsabilità non possono essere attribuite solo al ciclone Harry. C’è una responsabilità collettiva, politica e amministrativa nella gestione degli spazi costieri, fatta di sanatorie, deroghe, concessioni e scelte che hanno ignorato la dinamica naturale della costa.
Il cambiamento climatico rende questi eventi sempre più frequenti ed estremi. Continuare a gestire la costa come se il mare fosse immobile significa prepararsi al prossimo disastro, non prevenirlo.
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