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27/01/2026 06:00:00

L'ingombro della Memoria sulle macerie del presente

di Katia Regina

 

Davvero ci conviene ancora ricordare? A cosa serve, oggi, la liturgia della Giornata della memoria? Se gli orrori della storia si ripetono ciclicamente, con una puntualità che sbeffeggia ogni nostra commemorazione, e se a commetterli sono proprio i alcuni discendenti di quel popolo che ha subito lo sterminio più atroce della modernità, non sarebbe forse meno ipocrita smettere di fingere? Forse dovremmo avere il coraggio di ammettere che la memoria non è un monito, ma un ingombro: un rito che svuotiamo di significato ogni volta che voltiamo lo sguardo altrove.

 

Sia chiaro: questo non è un atto di accusa contro il popolo ebreo, né ha nulla a che spartire con l’odioso e rigurgitante antisemitismo che ancora infesta le nostre società. Al contrario, è un grido contro il fallimento del Mai più, trasformato in un privilegio selettivo. Come scriveva Primo Levi, 'è accaduto, quindi può accadere di nuovo'. E le sue analisi sulla zona grigia ci ricordano che nessuno, nemmeno chi ha subito l'abisso, è intrinsecamente immune dal contagio della sopraffazione quando si trova a gestire il potere. Il paradosso che viviamo oggi è una ferita aperta: commemoriamo i forni di ieri mentre restiamo inerti davanti al massacro sistematico di Gaza, perpetrato da un manipolo di governanti israeliani che sembrano aver scambiato il trauma dei padri per un'autorizzazione morale al genocidio dei figli altrui.

 

Hannah Arendt ci ha insegnato che il male è banale, burocratico, organizzato. Oggi quella banalità si è evoluta in qualcosa di ancora più sinistro: la cecità della memoria. Qui si consuma il tradimento definitivo del pensiero di Jean Améry. Il filosofo, che portò su di sé i segni della tortura nazista, rivendicava il risentimento come un diritto morale della vittima: un modo per impedire che il passato venisse archiviato con troppa facilità. Ma oggi assistiamo a una metamorfosi oscena: quel risentimento, nato come grido di giustizia, è stato sequestrato e trasformato in una cinica scusa geopolitica. È diventato un’arma impropria, un’armatura morale che i governanti indossano per rendersi impermeabili a ogni critica. Si usa il dolore dei nonni per blindare le azioni dei nipoti, trasformando il trauma storico in una licenza di sterminio. Se il risentimento non serve più a chiedere un mondo più giusto, ma solo a giustificare il diritto di farsi carnefici a propria volta, allora la memoria non è più un valore: è solo una scusa pronta all'uso.

 

Ma l'orrore non si ferma alle bombe. Viviamo in un’epoca in cui tutto viene fagocitato dall'economia e dal profitto. La provocazione si fa allora ancora più atroce se osserviamo i piani di pace che circolano nei corridoi del potere, quelli caldeggiati da Trump e dai suoi consiglieri-immobiliaristi. Visioni distopiche di una Nuova Gaza fatta di grattacieli luccicanti, hotel di lusso e ristoranti stellati sul lungomare. Una speculazione edilizia senza precedenti, progettata sulle macerie che ancora custodiscono migliaia di cadaveri palestinesi non ancora estratti.

 

Verranno i turisti a villeggiare su questo suolo? Si godranno il tramonto sul Mediterraneo sorseggiando cocktail sopra le fosse comuni? Se questa è la logica del futuro — la cancellazione della tragedia attraverso il cemento — allora prepariamoci al passo successivo. Seguendo questa scellerata traiettoria del profitto, perché non spingersi oltre? Visto che ormai la memoria è un parco a tema che non disturba più i sonni di nessuno, qualche altro palazzinaro del domani potrebbe pensare di mettere a rendita ciò che resta dei campi di sterminio. Luoghi come Auschwitz e Mauthausen potrebbero essere convertiti in parchi giochi, sale scommesse o catene di fast-food. In fondo, sarebbe solo un'ottimizzazione degli spazi. E per le pizzerie il problema logistico non si porrebbe nemmeno: si usano le strutture esistenti, tanto i forni ci sono già.

Se questa immagine vi disgusta, se la trovate intollerabile, allora avete capito quanto sia sporca la speculazione che si sta pianificando su Gaza. Se il dolore non produce etica, ma solo fatturato, allora la Giornata della Memoria non è che un monumento all'ipocrisia collettiva. Forse, per onestà intellettuale, quest'anno dovremmo restare in silenzio. Non per ricordare, ma per vergognarci.

 

Ps. Améry e Levi la pensavano diversamente, eppure, nonostante la profonda divergenza filosofica, entrambi furono travolti dallo stesso peso insostenibile: il tragico epilogo del suicidio li accomuna.

 

Consigli per la lettura: Norman G. Finkelstein, "L'industria dell'Olocausto". Un ebreo che ha studiato scientificamente come il ricordo sia stato trasformato in una macchina di potere e denaro. 

 



Libri e fuffa | 2026-01-27 06:00:00
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L'ingombro della Memoria sulle macerie del presente

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