Per strada stamattina, una donna al telefono ha detto “A scuola fanno una cosa sulla Shoá… ma tu lo sai cos’è questa Shoá?”.
Ottantun anni dopo l’apertura dei cancelli di Auschwitz di quel 27 gennaio 1945, la domanda continua ad imporsi: ma noi, sappiamo davvero cosa è stata la Shoá? Ma soprattutto, sappiamo davvero a cosa serve la Memoria?
E non si sta parlando di quella Memoria legata esclusivamente alla Giornata istituzionalizzata, a rituali imposti da autorità civili e militari in una celebrazione che, a volte, suona anche un po’ d’antan, tra un “tema di Schindler” ed una pietra di inciampo che è in realtà una targhetta. Alla ricerca di un sopravvissuto a qualcosa - che per altro dovrebbe avere maggiore dignità nella propria storia - come se fosse un accidente, anziché una fortuna, che la nostra terra non abbia conosciuto gli orrori del nazifascismo come altrove.
La Memoria è urgente e per questo esige rigore. È un appuntamento silenzioso con l’inaggirabile, non è una parentesi del tempo politico. Non è un minuto di raccoglimento liturgico che assolve l’indifferenza dei restanti giorni.
La Memoria deve essere esercizio quotidiano per essere affidabile, strumento per una cittadinanza attiva cui non possiamo riservare una porzione di tempo, ma che deve far parte della nostra vita, della vita dei nostri studenti ogni giorno, non per una giornata di vacanza, per lo spazio di un concorso di idee, per una borsa di studio.
È anche per questo che il “Treno della Memoria” trapanese sta per ripartire.
Aggiungendo quest’anno un progetto ancor più audace, che alza l’asticella per la comunità educante: il coinvolgimento delle classi terze della primaria di secondo grado.
Perché questo pellegrinaggio laico che attraversa le geografie ferite del Novecento europeo, fino ad Auschwitz, è oggi più che mai necessario, se si è giunti a pensare che i campi di sterminio possano diventare alibi per il negazionismo di ritorno, pretesti per rimandare l’urgenza di analisi della storia contemporanea.
Auschwitz non è solo un luogo, ma é abisso, non solo spazio, ma soglia estrema dell’umano.
È quel posto dove il Male puzza ancora di marcio, sbobba, di latrine e carne bruciata.
Non si tratta di un viaggio nel passato, ma dentro il presente: un attraversamento interiore, un esercizio di responsabilità, un atto di fedeltà verso ciò che la storia ha inciso nella carne del mondo.
È per questo che scegliamo ogni anno di partire, di portare i nostri ragazzi a fare i conti con un orrore che, come insegnano i fatti contemporanei, ritorna quasi insospettabile.
È per questo che tanti ragazzi trapanesi tornano e ripartono come educatori, mettendosi in gioco ed in relazione con altri ragazzi d’Italia.
È perché quell’orrore e quella puzza sono ben presenti nei nostri ragazzi che non hanno interesse a passerelle, a microfoni.
In questa Giornata della Memoria, i “ragazzi del Treno” sono impegnati come testimoni dei testimoni a restituire una storia, un’esperienza ad altri ragazzi. E nessuno li premia, nessuno legge i loro elaborati, nessuno delle stesse autorità civili e militari gli ha chiesto “com’è raccontare le camere a gas ad un tuo coetaneo?”. Non c’è tempo per i fuori programma, per una ragazza con una felpa con su scritto “difendiamo i nostri sogni realizzandoli”: show must go on, oggi è il giorno delle fanfare e della compunzione istituzionale.
Ed invece oggi è il giorno in cui la civiltà si guarda allo specchio e si domanda se ha imparato qualcosa dal proprio naufragio.
E questa domanda non dovrebbe essere formulata nell’ennesimo convegno, nell’interrogazione consiliare che chiede pari dignità con la giornata del ricordo, nel “Mediterraneo di pace” o nel patrocinio; la domanda dovrebbe essere cercata in tutte quelle volte che, non sapendo fornire risposte, si è preferito creare un nemico.
Perché quel 27 gennaio 1945, quando Oleg Mandic - l’ultimo bambino di Auschwitz - chiuse dietro di sè quel cancello con l’iscrizione beffarda, non ha rinchiuso il Male in quel perimetro, ma lo ha “liberato”. Lo ha paradossalmente messo a disposizione dell’umanità, che guardandolo in faccia si è guardata allo specchio.
Primo Levi scrisse infatti: se è accaduto, può accadere di nuovo. Ed accade, non solo nei grandi conflitti bellici internazionali: accade ogni giorno in cui l’uomo concede sovranità alla banalità insita.
La Memoria non è un archivio di rovine, né una cerimonia dell’inerzia morale. Non è un minuto di silenzio che assolve il frastuono del resto dell’anno. È un dispositivo inquieto, una domanda che non smette di interrogare il tempo che viene.
La Giornata della Memoria non sospende il corso della politica: lo giudica. Non chiede solo di ricordare ciò che è stato, ma di riconoscere come ciò che è stato continui a operare – mutato, travestito, normalizzato – nelle pieghe del presente.
Auschwitz, i ghetti, le leggi razziali, i convogli, le camere a gas, i forni ed i tatuaggi: non sono icone immobili, reliquie da venerare. Sono ferite aperte nel linguaggio della civiltà. Sono dispositivi morali che obbligano al pensiero, che esigono distinzione, che impongono lentezza e rigore là dove il dibattito pubblico pretende velocità e slogan.
Ed è proprio quando la Memoria viene strappata a questa funzione interrogante che essa viene tradita.
Quando viene mobilitata come clava simbolica nel conflitto politico del presente, quando viene piegata a confermare identità e appartenenze, quando smette di essere monito e diventa orpello retorico.
Queste scorciatoie trasformano la memoria in caricatura. È l’uso sacrilego del passato come munizione nel presente.
Si opera una violenza doppia: si banalizza la Shoah e si semplifica il presente.
Ma la Shoah non è una metafora.
È un limite. Un punto di non ritorno nel linguaggio della civiltà europea.
Una frattura ontologica che resiste a ogni trasposizione.
Ridurre Auschwitz ad un convegno significa spegnerne la potenza morale. Significa tradire proprio ciò che si pretende di difendere. Perché la Memoria autentica non funziona per sovrapposizioni, ma per distinzioni; non per scorciatoie, ma per attraversamenti lenti e dolorosi.
La Memoria non ci insegna a riconoscere il nuovo Hitler.
Ci insegna a riconoscere le condizioni in cui il male smette di apparire eccezionale e diventa amministrabile, “banale”, direbbe Hannah Arendt. In cui la violenza smette di scandalizzare e diventa procedura; in cui l’emergenza smette di essere tale e diventa normalità.
Per questo Auschwitz resta centrale, oggi più che mai.
Non come luogo di proprietà identitaria.
Non come altare ideologico.
Ma come spazio universale di interrogazione.
Essa esige responsabilità senza essenzialismi.
Giudizio senza demonizzazioni.
Compassione senza retorica.
Quest’anno il “Treno della Memoria” trapanese tornerà ad Auschwitz, perché oltrepassando la “porta infernale” di Birkenau uscendo dal campo - noi che da quei campi oggi possiamo uscire - si sente una lacerazione profonda, un debito da assolvere, verso quelle anime i cui sospiri agitano ancora il bosco di betulle.
Un debito verso il presente ed il futuro, verso quei ragazzi con cui ci si sorregge a vicenda quando l’orrore diventa troppo: troppo da guardare, da sostenere, da capire. E da portare con sè. Un debito che si traduce nel diventare “testimoni dei testimoni”.
Perché la Memoria esige questo esercizio fragile e mai concluso: pensare senza scorciatoie, distinguere senza assolvere,
ricordare senza trasformare il passato in un’arma.
Solo in questa inquietudine permanente — e non in alcuna liturgia consolatoria — risiede l’unica fedeltà possibile alla Memoria.
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