L’assegno, il “miracolo” e la giustizia divina: l’ultima di Antonini sul Trapani Calcio
Un assegno da 500mila euro come premio promozione in Serie B. Consegnato all’allenatore, davanti ai giocatori. Nel pieno di una stagione segnata da quindici punti di penalizzazione, da una squadra smantellata nel mercato invernale e da un futuro ancora appeso alle decisioni del Tribunale Federale. È l’ultima uscita di Valerio Antonini, presidente del Trapani Calcio, intervenuto in diretta televisiva per rilanciare un obiettivo che, fuori dallo studio, appare lontanissimo: la Serie B.
Mentre in città si parla apertamente di salvezza e si guarda con timore alla data del 9 marzo – quando potrebbero arrivare nuove decisioni federali – Antonini sembra vivere in una dimensione parallela. Alla domanda su quanto creda davvero nei playoff, risponde spostando l’asticella ancora più in alto: promozione diretta, premio già pronto, “miracolo sportivo” da inseguire fino a giugno.
Il gesto è plateale, quasi scenografico: «Ho dato oggi un assegno al nostro allenatore di 500.000 euro, che terrà a lui gelosamente custodito, che è il premio promozione in Serie B. I giocatori lo sanno, gliel’ho consegnato davanti a loro». Un messaggio motivazionale, nelle intenzioni. Ma anche una dichiarazione che solleva più domande di quante ne risolva.
Perché subito dopo il presidente aggiunge un passaggio che racconta molto dello stato reale delle cose: «Abbiamo predisposto il pagamento di gennaio, nonostante io potessi aspettare il 16 aprile per pagarlo». Pagare gli stipendi come scelta, non come dovere. Un concetto già emerso nelle parole dell’allenatore Aronica, che nei giorni scorsi aveva raccontato come il pagamento di dicembre fosse stato legato a una vittoria sul campo.
Antonini prosegue elencando adempimenti ordinari come fossero conquiste straordinarie: stipendi di novembre e dicembre pagati, F24 di Inps e Irpef saldati. Tutto vero, per carità. Ma detto mentre il club è gravato da violazioni amministrative, sanzioni già definitive e procedimenti ancora aperti, il racconto finisce per accentuare lo scollamento tra la narrazione presidenziale e la realtà che vivono tifosi e squadra.
Il finale è ancora più emblematico. Dal calcio si passa alla metafisica: «Siamo carichi per arrivare a giugno e fare il miracolo sportivo. Poi, se Dio vuole e riusciamo ad avere giustizia nelle sedi della giustizia ordinaria – penale, civile, amministrativa e tributaria – dove abbiamo portato la Federazione Pallacanestro, allora chissà… le porte del Signore sono infinite». Un discorso che mescola Serie C e basket, tribunali e provvidenza, promozioni e cause legali, in un unico flusso confuso.
Nel frattempo, però, la realtà resta lì. Il Trapani ha perso quasi tutti i suoi giocatori di maggior esperienza, affronta il campionato con una rosa ridotta e giovanissima, e continua a vivere in bilico tra campo e carte bollate. La squadra, va detto, sul terreno di gioco continua a lottare con dignità. Ma l’assegno da mezzo milione, più che un simbolo di ambizione, sembra il manifesto di una gestione che preferisce gli annunci alla stabilità.
Il Trapani tornerà in campo contro il Benevento, capolista e corazzata del girone. Lì non basteranno assegni promessi né miracoli evocati. Serviranno punti, solidità e una società che cammini nella stessa direzione della sua squadra. Perché, alla fine, il campo resta l’unico giudice che non ammette appelli.
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