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05/02/2026 06:00:00

Fratelli d’Italia: il peso del simbolo, il fallimento nel trapanese

C’era una volta il primo partito d’Italia, Fratelli d’Italia, che la presidente nazionale, Giorgia Meloni, ha fatto crescere con grandissimi stenti, portandolo dal 2% al 30%. Sia chiaro, la crescita è avvenuta sul suo nome, su quello che lei rappresenta e su come lo rappresenta, al netto delle idee politiche diverse e contrapposte. È un simbolo, è lei il partito. Come, ad esempio, lo è Matteo Renzi per Italia Viva o Casa Riformista. Non si tratta di personalizzazione, ma più semplicemente di una identità costruita, difficilmente spersonalizzabile.

Ciò che accade sui territori, però, non rappresenta quel partito forte che gode, forse a Roma e un po’ a Palermo, di una classe dirigente in grado di rappresentarlo. Non si tratta di aderenza valoriale né di identità, ma di capacità di essere “cosa” e di rappresentare il primo partito d’Italia.

 

Cosa accade in provincia di Trapani

Prima i vertici di Fratelli d’Italia trapanesi sono saliti sul palco che offrì loro Valerio Antonini. Lo fecero per visibilità? Anche. Ma lo fecero soprattutto per condivisione di un metodo, che non era solo opposizione politica a Giacomo Tranchida, ma che ha avuto la meglio con offese dirette e indirette, sempre pubbliche, a esponenti politici, giornalisti, persone di spicco della provincia.

Sono diventati, in quel periodo, il prolungamento di Valerio Antonini, delle sue azioni politiche, scegliendo persino di abdicare alla politica formale e sostanziale. Tutto era mezzo per contrastare, che in quel caso è diventata macchina del fango. Di questo i meloniani trapanesi non hanno mai risposto, pur essendone attori principali, né hanno mai chiesto scusa alla comunità che avrebbero voluto rappresentare in maniera seria e certamente adeguata.

 

La faccenda Marsala

E veniamo alle elezioni della città di Marsala, dove i vertici provinciali del partito di Giorgia Meloni hanno chiuso accordi per la candidatura a sindaco di Nicola Fici. Una serie di riunioni che non hanno portato a nulla, se non a scommettere su un ragazzo che ci ha messo faccia e reputazione, completamente distrutta da chi vuole sostanzialmente piazzarsi con una prova di forza senza averne, ancora una volta, la capacità.

Mesi fa sono usciti dalla giunta di Massimo Grillo, urlando all’ingovernabilità: esperienza chiusa. Uscirono senza alcuna alternativa di progetto, ma con la speranza di crearla. Una strategia tipica di chi fa catechismo e non di chi fa politica. Ancora oggi, 5 febbraio, si vive nel limbo, avendo perso guida, credibilità e capacità di potersi dire titolari di una leadership.

La salvezza potrebbe essere la presenza ininterrotta di Luca Sbardella, commissario regionale, sul territorio. Ma in quel caso dovrebbe commissariare subito il provinciale per manifesta incapacità e per avere esposto il partito alla berlina.

 

La contrapposizione

Hanno confuso e mescolato autorevolezza con autoritarismo, che è imposizione. Ma l’atteggiamento autoritario è il riflesso di una debolezza politica: quando mancano i risultati, si alza la voce; quando manca la visione, si stringono i ranghi; quando manca il consenso, si tenta di comandare.

Ed è qui che si misura il fallimento della classe politica di Fratelli d’Italia a Trapani: aver scambiato l’autorevolezza per arroganza, la leadership per rigidità. È una classe dirigente che certifica una cosa sola: non la propria forza, ma la propria inadeguatezza.