"Uniti per Renato Cortese". Una petizione a sostegno dell'ex questore
Una pagina Facebook, una petizione online, migliaia di firme in pochi giorni. E un messaggio chiaro: stare dalla parte di Renato Cortese, uno dei volti più noti della lotta alla mafia in Italia, oggi al centro di una vicenda giudiziaria che continua a far discutere.
La pagina si chiama “Uniti per Renato Cortese” ed è nata per sostenere l’ex questore di Palermo, condannato a quattro anni di reclusione nel processo sul caso Shalabayeva, dopo un iter giudiziario lungo e tormentato. Cortese, insieme ad altri funzionari di polizia, era stato condannato in primo grado, poi completamente assolto in appello. Quella sentenza di assoluzione era stata successivamente annullata con rinvio dalla Cassazione, fino all’ultimo verdetto che ha riportato la condanna.
Una decisione che ha riacceso l’indignazione e mobilitato un fronte ampio e trasversale di cittadini, associazioni, familiari di vittime di mafia e sindacati di polizia.
Migliaia di firme in pochi giorni
A pochi giorni dal lancio, la petizione ha già raccolto quasi 500 firme. La pagina Facebook conta oltre 280 membri. Tra i firmatari non ci sono solo cittadini comuni, ma anche numerosi familiari di vittime di mafia, associazioni antimafia e rappresentanti delle forze dell’ordine.
L’obiettivo dichiarato è uno solo: chiedere che la verità venga ristabilita dalla Cassazione, dove il processo tornerà nei prossimi mesi.
“Renato Cortese è stato colpito da una condanna ingiusta – si legge nel testo dell’appello – una decisione che contraddice la precedente assoluzione e anni di dibattimento, ignorando una carriera impeccabile. Questa sentenza genera sfiducia nella giustizia e ferisce la storia di un uomo che ha sempre agito per il bene del Paese”.
La carriera e le catture eccellenti
A Cortese si devono alcune delle più importanti operazioni antimafia degli ultimi decenni. È stato protagonista nella cattura di pericolosi latitanti, tra cui Bernardo Provenzano, oltre a Giovanni Brusca e ad esponenti di primo piano di ’ndrangheta e criminalità organizzata romana.
Un curriculum che, come ricordano i promotori della petizione, avrebbe potuto portarlo fino ai vertici della Polizia di Stato. E che oggi, secondo i sostenitori, viene “mortificato” da una sentenza ritenuta incomprensibile.
I promotori: vittime di mafia in prima linea
Tra i promotori dell’iniziativa figurano Adriana Musella, figlia di Gennaro e già presidente del Coordinamento nazionale antimafia, e Carmine Mancuso, figlio di Lenin e presidente dell’Associazione per onorare la memoria dei caduti contro la mafia.
Hanno sottoscritto l’appello, tra gli altri, Andrea Piazza, Graziella Accetta e Ninni Domino, Massimo Sole, Antonio Castelbuono, Giusi e Luciano Traina, oltre a numerose associazioni antimafia e sigle sindacali della Polizia di Stato. In elenco compaiono anche nomi noti del mondo del giornalismo, della cultura e dell’impegno civile, come Attilio Bolzoni e Francesco La Licata.
“Una giustizia che disorienta”
I toni dell’appello sono duri. Si parla di “morte morale”, di “simbolo calpestato”, di una giustizia che “disorienta e fa paura”. Secondo i firmatari, la sentenza ribalterebbe una verità già accertata, contraddicendo un’altra Corte d’appello e dodici anni di dibattimento, nonostante anche il procuratore generale avesse chiesto l’assoluzione.
Per questo l’invito finale è rivolto all’opinione pubblica: firmare la petizione, sostenere Cortese e “unire le voci” per quello che viene definito non solo un caso giudiziario, ma una ferita aperta nel rapporto tra Stato, giustizia e servitori delle istituzioni.
Una battaglia che, ora, si sposta di nuovo davanti alla Suprema Corte. E che promette di continuare a far discutere.
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