Cinquant’anni fa, il 13 febbraio 1976, un ragazzo di diciott’anni veniva arrestato per una strage che non aveva commesso. Si chiamava Giuseppe Gulotta. È rimasto in carcere oltre vent’anni da innocente e per 36 anni ha vissuto tra celle e tribunali. E oggi, mentre si discute di riforme epocali della giustizia, la sua storia continua a fare una domanda semplice e brutale: come nascono davvero gli errori giudiziari?
Il caso Gulotta non è una metafora. È un fatto storico. La strage di Alcamo Marina avvenne nel gennaio 1976, con l’uccisione di due carabinieri. Pochi giorni dopo partirono arresti a raffica tra ragazzi del territorio, tra cui Gulotta, che aveva appena 18 anni. Solo decenni dopo sarebbe emerso che le confessioni erano state estorte con torture e intimidazioni.
Gulotta avrebbe passato più di vent’anni in carcere prima di essere assolto. La revisione del processo arrivò dopo che uno degli investigatori ammise che quelle confessioni erano state ottenute con violenze. Le prove raccolte dai giudici della revisione confermarono non solo le torture ma una serie di illegalità progressive che oggi vengono spiegate con il reato di depistaggio.
Nel dibattito sul referendum sulla separazione delle carriere, uno degli argomenti più agitati è che questa riforma servirebbe a ridurre gli errori giudiziari. È un argomento potente, emotivo, perfetto per la propaganda. Ma è anche profondamente fuorviante.
Perché l’errore giudiziario, quello vero, non nasce nei tribunali.
Nasce prima: nelle caserme, nei primi verbali, nella raccolta delle prove, nei depistaggi. Nasce quando un’indagine prende una direzione sbagliata e nessuno la ferma.
Il pubblico ministero dovrebbe dirigere e coordinare la polizia giudiziaria. Ma quando il PM è distratto, quando va a rimorchio, quando ratifica invece di controllare, l’errore diventa strutturale. Il processo arriva dopo, quando il danno è già fatto.
Il caso Gulotta lo dimostra in modo chirurgico.
E non è un caso isolato. La storia italiana è piena di indagini nate male e diventate verità processuali solo perché nessuno ha avuto il coraggio di fermarle.
Allora sì, la domanda va fatta senza ipocrisie: esistono giudici inetti?
Certo che sì, almeno quanto esistono investigatori in divisa incapaci. Ma questo non serve alla propaganda e quindi lo si evita.
Lo dimostrano le sentenze di risarcimento per ingiusta detenzione quando lo Stato stesso riconosce di aver distrutto vite.
Ma qui arriva il punto che rende grottesco l’intero dibattito. Perché mentre si agita lo spettro della separazione delle carriere come se fosse la chiave di volta del sistema, lo Stato continua a non assumersi fino in fondo la responsabilità dei propri errori. I governi Giuseppe Conte e Giorgia Meloni, per esempio, pur in stagioni politiche diversissime, hanno una cosa in comune: hanno negato il risarcimento a Gulotta, per voce dell'avvocatura dello Stato che rappresenta Palazzo Chigi, per i danni biologici e materiali, nonostante le sentenze, nonostante le torture, nonostante tutto.
Ed è qui che il castello retorico crolla. Perché se davvero il problema fosse la giustizia, se davvero fosse l’equilibrio tra accusa e difesa, se davvero fosse la tutela dei cittadini, il primo atto dovrebbe essere uno solo: pagare per gli errori commessi. Riconoscerli. Ripararli. Non voltarsi dall’altra parte.
Mentre si discute di carriere, di architetture costituzionali, di riforme simboliche, lo Stato continua a non assumersi fino in fondo la responsabilità dei propri errori.
E allora la domanda, nel cinquantesimo anniversario di quell’arresto, resta lì.
Nuda. Scomoda. Irrisolta.
Se davvero vogliamo evitare nuovi errori giudiziari, il punto non è dove metti il PM rispetto al giudice.
Il punto è come nascono le indagini, chi le controlla, chi paga quando vengono sbagliate, chi risponde quando diventano depistaggi.
Finché questa risposta non arriverà, ogni riforma rischia di essere solo una cosa: un modo per discutere di giustizia senza guardare dove la giustizia fallisce davvero.
E allora, davanti alla storia di Gulotta e un referendum inutilmente divisivo la domanda resta inevitabile: di cosa stiamo parlando, davvero?
Nicola Biondo