50 anni della Strage di Alcamo Marina: tra depistaggi, memoria e misteri /2
Cinquant’anni dopo la strage di Alcamo Marina, resta una certezza amara: l’unica verità accertata non riguarda chi ha ucciso, ma chi è stato accusato ingiustamente. Perché se sugli assassini di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo lo Stato non ha mai voluto – o saputo – dire una parola definitiva, su un punto la giustizia è arrivata tardi ma è arrivata: Giuseppe Gulotta e gli altri giovani condannati erano innocenti. Ed è proprio dalla sua storia che passa il cuore di Alkamar.
Giuseppe Gulotta, 22 anni di carcere da innocente
Giuseppe Gulotta aveva 18 anni quando, il 13 febbraio 1976, i carabinieri andarono a prenderlo a casa. Era un muratore, figlio di una famiglia semplice, senza precedenti, con un solo sogno: entrare nella Guardia di Finanza. Quando gli dissero “dobbiamo chiederti alcune cose”, pensò davvero che si trattasse di quello (qui la sua storia).
Invece cominciò l’inferno.
Nella casermetta di contrada Sirignano, Gulotta viene torturato per una notte intera. Scariche elettriche, acqua e sale, botte, minacce di morte, una pistola puntata alla testa. Alla fine, stremato, firma una confessione falsa. Davanti al giudice ritratterà subito, spiegando tutto. Ma non servirà.
Quella confessione, estorta con la violenza, diventerà il pilastro di una condanna all’ergastolo. Gulotta entrerà in carcere e ne uscirà ventidue anni dopo, nel 1998, con la libertà condizionale. Da assassino per lo Stato. Da innocente per se stesso.
Ci vorranno 36 anni perché la giustizia italiana riconosca ufficialmente ciò che era evidente sin dall’inizio. Nel 2008, l’ex brigadiere Renato Olino, presente la notte delle torture, rompe il silenzio e racconta tutto ai magistrati. È la crepa decisiva.
Il 13 febbraio 2012, esattamente 36 anni dopo l’arresto, Giuseppe Gulotta viene assolto con formula piena: non ha commesso il fatto.
Il risarcimento e la denuncia allo Stato
Dopo l’assoluzione, allo Stato italiano non resta che risarcire. Nel 2016 la Corte d’Appello di Reggio Calabria condanna il Ministero dell’Economia a pagare a Gulotta 6 milioni e 530 mila euro per l’ingiusta detenzione. Una cifra enorme, ma insufficiente a restituire una vita. Come dirà lui stesso: «Nessuna cifra potrà mai risarcire quello che mi è stato tolto». Gulotta però non si ferma lì. Perché il suo non è stato un errore giudiziario qualunque, ma una frode processuale costruita con la tortura. Per questo decide di citare in giudizio l’Arma dei Carabinieri e lo Stato, chiedendo il riconoscimento dei danni morali, biologici ed esistenziali. Un’azione senza precedenti, che rompe un tabù: chiamare direttamente in causa un’istituzione simbolo della Repubblica.
Non per vendetta, ma per verità.
“Alkamar”, il libro-testimonianza di Gulotta e Nicola Biondo
Le pagine di Alkamar raccontano il carcere, l’umiliazione, la perdita degli affetti, il tempo rubato. Ma raccontano anche il meccanismo perverso che ha permesso tutto questo: le torture, i verbali falsi, i silenzi della magistratura, le carriere che avanzano mentre la vita di un ragazzo si spegne dietro le sbarre.
È un libro che inchioda le responsabilità, senza mai trasformarsi in vendetta. Per questo resta uno dei testi più importanti sulla strage di Alcamo Marina.
Dal fascicolo della Procura di Trapani mancano atti fondamentali. Le intercettazioni non vengono ascoltate o vengono manipolate. I nomi che emergono – ufficiali, magistrati, apparati – non vengono approfonditi. Nel 2020, dopo dodici anni di immobilismo, arriva l’archiviazione: non sono emerse ipotesi investigative degne di approfondimento.
Una conclusione che suona come una resa, se non come una scelta.
La Commissione Parlamentare Antimafia, nel 2022, troverà un’inchiesta vuota. E un fatto gravissimo: alcuni archivi dell’Arma restano chiusi anche al Parlamento. Un muro che resiste ancora oggi.
“L’ultima spiaggia”, Alkamar dentro i misteri italiani
Dal Trapanese a Palermo, dalla Sicilia alla Somalia, il libro racconta un filo nero che collega Impastato, Rostagno, Francese, Ilaria Alpi, i traffici di armi, Gladio, le stragi del 1993. Al centro, sempre la stessa domanda: chi protegge cosa? E soprattutto: perché?
La voce che accompagna il racconto è ancora quella di Gulotta. Non come vittima del passato, ma come testimone del presente. Un uomo che, dopo aver perso tutto, continua a chiedere verità.
“Vite da sprecare”, il cinema che rompe il silenzio
Anche il cinema ha contribuito a spezzare il muro di silenzio che per decenni ha avvolto Alkamar. Il film “Vite da sprecare”, diretto da Giovanni Calvaruso, non è un’opera di fantasia né una libera interpretazione dei fatti, ma una ricostruzione rigorosa di quanto oggi è giudiziariamente accertato: l’uso sistematico della tortura per costruire una falsa verità sulla strage di Alcamo Marina. La pellicola racconta l’omicidio di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, ma soprattutto mette al centro le vite dei giovani accusati ingiustamente, mostrando senza filtri ciò che avvenne nelle caserme durante gli interrogatori.
Una strage dimenticata, una verità negata
La strage di Alcamo Marina è stata archiviata. Ma non è chiusa. Perché non può esserlo finché mancano i nomi degli assassini, dei mandanti, dei protettori. Finché restano ombre sugli apparati. Finché il Parlamento non può accedere agli archivi. Finché qualcuno decide cosa si può sapere e cosa no. Cinquant’anni dopo, Alkamar non è solo memoria. È una domanda aperta sulla credibilità dello Stato, sul confine tra sicurezza e abuso, tra giustizia e ragion di Stato. Ricordare Alcamo Marina oggi significa questo: non permettere che una strage venga ridotta a una cerimonia, non accettare che l’ingiustizia diventi normalità, non smettere di chiedere verità, anche quando fa paura.
Per Falcetta e Apuzzo. Per Giuseppe Gulotta e gli altri innocenti. Per un’Italia che, senza fare i conti con Alkamar, resterà incompleta.
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