Trapani rafforza il patto tra giustizia, vittime e comunità
Il Tribunale di Trapani fa una scelta precisa: porta l’esecuzione delle pene programma e delle sanzioni di comunità dentro il Palazzo di Giustizia, invece di lasciarla frammentata tra uffici separati. Una decisione organizzativa che incide direttamente sul modo in cui la pena viene eseguita, controllata e verificata. Non una scorciatoia e non un alleggerimento della risposta penale, ma un sistema più rigoroso, tracciabile e vicino alle vittime e alla comunità. È questa l’eccellenza operativa scelta dal Tribunale di Trapani, che porta dentro il Palazzo di Giustizia il controllo diretto della messa alla prova e delle sanzioni sostitutive, oggi lette come pene programma e sanzioni di comunità.
Nel Tribunale apre infatti lo sportello M.A.P.E.S.S., acronimo di Messa alla Prova e Sanzioni Sostitutive: un punto unico che segue passo dopo passo quei percorsi di pena che si svolgono fuori dal carcere, ma sotto regole precise, verifiche continue e obblighi di risarcimento e restituzione alla collettività. Lo sportello nasce da un protocollo firmato da magistratura, Ufficio Locale di Esecuzione Penale Esterna di Trapani e avvocatura, per rendere più efficiente l’esecuzione della pena e più credibile il sistema anche agli occhi dei cittadini.
La scelta arriva mentre i numeri del carcere restano sotto pressione. Secondo i dati del Ministero della Giustizia aggiornati a febbraio 2026, la casa circondariale di Trapani ospita 576 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 555 posti, un dato che fotografa una situazione di affollamento e rafforza la necessità di strumenti capaci di smaltire carichi procedurali senza indebolire la funzione della pena.
«Finalmente oggi abbiamo firmato questo protocollo per la messa alla prova – afferma la presidente del Tribunale Alessandra Camassa –. La messa alla prova è un istituto che può essere utilizzato dal cittadino che, in presenza di determinati presupposti valutati dal giudice, può accedere a questo strumento. Ma non è un regalo e non è una scorciatoia». Camassa chiarisce subito la natura del percorso: «Chi accede alla messa alla prova deve rapportarsi alla persona offesa in modo diverso, risarcire il danno eventualmente arrecato e affrontare un periodo di lavoro di pubblica utilità, quindi al servizio della comunità».
Il nodo centrale è il controllo. «È un percorso che deve essere seguito, verificato e controllato – aggiunge Camassa – e l’organo deputato a questa verifica è l’ufficio di esecuzione penale esterna». Da qui la scelta di istituire lo sportello ULEPE direttamente in Tribunale. «Questo serve a facilitare l’utenza e a rendere il percorso più lineare: il cittadino può, nella stessa mattina, chiedere al giudice l’accesso alla misura e confrontarsi con l’ufficio che costruirà il programma più adeguato. È uno strumento che aumenta l’efficienza della pena, non che la indebolisce».
A spiegare il cambio di paradigma è la direttrice dell’ULEPE Rosanna Provenzano. «Si parla di pene programma e di sanzioni di comunità perché è importante distinguere – dice –. Le tradizionali pene alternative alla detenzione sono l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare e la semilibertà, introdotte nel 1975 con l’ordinamento penitenziario e gestite dalla magistratura di sorveglianza insieme a noi».
Qui, invece, il riferimento è diverso. «Queste misure fanno capo alla magistratura di cognizione, cioè al giudice che decide il processo – spiega Provenzano –. Non si condanna a una pena “chiusa”, ma a una pena programma, un percorso strutturato, individualizzato e controllato». È una differenza sostanziale: la pena non è solo il risultato finale, ma anche il modo in cui viene eseguita.
Provenzano sottolinea anche un dato spesso ignorato nel dibattito pubblico: «Oggi solo una parte minoritaria dei condannati sconta la pena in carcere. Parliamo di circa 65 mila detenuti a fronte di oltre 120 mila persone in esecuzione penale esterna. Questo significa che la vera sfida della giustizia non è solo dentro le carceri, ma nel modo in cui queste pene vengono gestite fuori».
Da qui il senso dello sportello M.A.P.E.S.S. «Queste misure sono pene a tutti gli effetti – ribadisce –. Nel caso della messa alla prova il giudizio è sospeso, ma il cittadino deve meritarla. Non è qualcosa che viene concesso per evitare il carcere». I programmi sono individualizzati e prevedono responsabilizzazione, revisione critica del reato, attenzione alla vittima, anche indiretta, e azioni riparatorie e risarcitorie.
Il nuovo sportello si inserisce negli obiettivi 2026 della Riforma Cartabia, che punta a ridurre i tempi dei processi, semplificare le procedure, digitalizzare la giustizia e promuovere soluzioni di pena diverse dalla detenzione, con una riduzione stimata fino al 20% del ricorso al carcere per i reati minori, attraverso percorsi controllati e verificabili. «Le carceri sono già sottoposte a controlli – osserva Provenzano – ma la pressione numerica resta alta e preoccupa. Strumenti come questo servono a smaltire i carichi, aumentare l’efficienza e rendere più efficace l’esecuzione della pena».
Un ruolo centrale è affidato anche al terzo settore e agli enti convenzionati. «Non basta offrire posti – aggiunge Provenzano –. Serve qualità delle attività, perché quel lavoro diventa parte fondamentale del percorso della persona». La comunità, così, non subisce la pena, ma ne trae un beneficio concreto.
Lo sportello M.A.P.E.S.S. sarà operativo il martedì mattina, con cadenza quindicinale, dalle 9 alle 13, all’interno del Tribunale. Un presidio che non cancella la pena, ma la rende più controllata, più trasparente e più utile, rafforzando il patto tra giustizia, vittime e comunità.
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