Trapani, i danni del ciclone Harry alla costa e alle saline. E adesso che si fa?
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Il Ciclone Harry non è stato “maltempo”. È stato uno spartiacque.
Le mareggiate del 19 e 20 gennaio hanno mostrato cosa significa oggi vivere su una costa mediterranea sempre più esposta: onde più alte, energia più violenta, spiagge erose in poche ore. E mentre sulla costa ionica si contano i danni, a Trapani la domanda è un’altra: siamo pronti quando toccherà a noi?
Per il WWF Sicilia Nord Occidentale la risposta è no. E per questo chiede che la Sicilia si doti di un Piano di Adattamento Climatico per le coste. Non un piano d’emergenza, ma una strategia strutturale. Perché il mare sta cambiando e Trapani è già un territorio fragile.
Trapani, le mareggiate e la posidonia che scompare
Chi frequenta la costa trapanese lo ha visto: dopo le ultime mareggiate, tratti di litorale sono arretrati, la banquette di posidonia è stata ridotta o spazzata via, gli argini delle saline sono finiti sott’acqua.
La posidonia non è “sporcizia da spiaggia”. È una barriera naturale. Attenua la forza delle onde, trattiene sabbia, protegge la linea di costa. Quando scompare, il mare entra più facilmente. E quando il mare entra, l’equilibrio delle saline si altera.
Nella Riserva Naturale Orientata Saline di Trapani e Paceco l’acqua marina ha sommerso argini e vasche. Il sistema, che vive di separazioni e livelli controllati, si trasforma in una distesa indistinta. Non è solo un problema paesaggistico: è idraulico ed ecosistemico.
Ecco cosa significa il Piano di Adattamento Climatico per Trapani
L’associazione propone che la Sicilia diventi la prima regione in Italia a dotarsi di un Piano di Adattamento strategico locale di costa, in linea con il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Nel concreto questo prevede:
Pianificazione a lungo termine.
Non guardare solo ai prossimi mesi ma agli scenari 2050, 2100, 2150.
Soluzioni basate sulla natura.
Ripristinare dune, zone umide, sistemi naturali di protezione invece di moltiplicare barriere rigide che spesso spostano il problema più avanti.
Rinaturalizzazione e delocalizzazione.
Applicare davvero i divieti nelle fasce costiere più vulnerabili, limitando strutture stagionali e permanenti dove il mare prima o poi tornerà.
Governance partecipata.
Coinvolgere cittadini, imprese e territori per difendere non solo l’ambiente ma anche le economie locali.
Tutto questo per la Riserva Naturale Orientata Saline di Trapani e Paceco significa:
Non solo mare: anche pompe e canali
Mentre in consiglio si parla di Piano Urbano e varianti per prevenire alluvioni, chi tutela le saline pone attenzione ai vincoli Rete Natura 2000 e possibili variazioni del sistema avifauna. Il problema si complica con il maltempo. Alle mareggiate si somma il progetto sugli interventi di difesa idraulica della città, che prevede nuove canalizzazioni e l’utilizzo della Salina Collegio–Modica come vasca di laminazione.
Nel documento dell’Ente Gestore, firmato da Silvana Piacentino, si parla di “forti e motivate criticità”. E si legge che la salina verrebbe usata come:
“vasca di laminazione”
“vasca di prima raccolta”
“elemento di laminazione delle portate urbane”.
Il rischio è evidente: più acqua convogliata, più velocemente, verso un sistema lagunare già sotto pressione per effetto delle mareggiate.
Sul Canale Reda il documento è ancora più netto:
“il canale della salina è trattato come mero collettore idraulico”.
E ancora:
“non emerge dalla documentazione una valutazione delle potenziali interferenze legate alla presenza della condotta del depuratore o di eventuali scarichi impropri”.
In altre parole: mentre il mare spinge da fuori, le pompe e i canali rischiano di spingere da dentro. Il carico idraulico urbano aumenta, ma la compatibilità ambientale non risulta ancora valutata in modo approfondito.
Il nodo politico e le domande del Wwf
Da una parte c’è il problema reale degli allagamenti in città. Quando piove forte, Trapani si allaga. Servono opere per far defluire l’acqua.
Dall’altra parte c’è un sistema naturale — le saline — che è fragile e già messo sotto pressione dalle mareggiate e dall’innalzamento del mare.
Il punto è questo:
È giusto risolvere il problema dell’acqua in città mandandone di più verso un’area naturale protetta?
È sicuro aumentare il flusso di acqua nei canali delle saline mentre il mare entra già con più forza durante le mareggiate?
Il WWF dice: attenzione.
Perché se si convoglia troppa acqua urbana nelle saline:
E allora la domanda politica diventa molto concreta:
La priorità è smaltire l’acqua velocemente dalla città, oppure proteggere un’area naturale che è un patrimonio di tutti?
Oppure — ed è la vera sfida — si può fare entrambe le cose senza mettere a rischio le saline?
Il WWF sostiene che prima di decidere bisogna fare tutte le verifiche ambientali previste per legge e pianificare pensando al futuro, non solo alla prossima pioggia.
Perché il mare sta cambiando.
E se si sbaglia oggi, i danni potrebbero essere irreversibili.
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