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21/02/2026 06:00:00

Perchè il ciclone Harry è stato un disastro annunciato

Il ciclone Harry non è stata una fatalità o una disgrazia improvvisa. È stato l’epilogo di quarant’anni di scelte sbagliate, cemento sulla sabbia, lungomari costruiti dove prima c’erano dune, barriere pensate per “fermare il mare” e che invece hanno finito per accelerarne la furia.


È questa la tesi, netta e documentata, del dossier di Legambiente Sicilia “Il ciclone Harry – Cronaca di un disastro annunciato e della gestione fallimentare del litorale ionico”, curato dall’Osservatorio sull’erosione delle spiagge della provincia di Messina.
Il titolo dice già tutto: annunciato. Perché quello che è accaduto era scritto. Le associazioni ambientaliste analizzano quello che è successo in Sicilia. Non solo Legambiente, ma anche il WWF che oggi chiede di smettere di ricostruire “com’era e dov’era”, lanciando un appello chiaro: basta emergenza, serve prevenzione strutturale.


Una costa fragile in un Mediterraneo che si scalda
Il dossier di Legambiente parte da un dato che non lascia spazio a interpretazioni: nel 2025 la Sicilia è stata colpita da 45 eventi meteorologici estremi. Harry è solo l’ultimo, il più violento, il più mediatico, ma non il primo.
Il Mediterraneo è indicato come uno degli hotspot del cambiamento climatico. E il sistema mare-atmosfera, scrive il climatologo Paolo Madonia nel dossier, “non è più in condizioni di equilibrio dinamico”, con fenomeni sempre più intensi e imprevedibili.
In questo scenario, continuare a costruire sulla linea di costa non è solo imprudente: è irrazionale.

 

Cemento, erosione e l’illusione di “fermare” il mare
Il cuore del dossier è qui: la vulnerabilità della costa ionica, la più colpita,  non nasce con Harry.
Secondo i dati riportati, il 77% della fascia costiera siciliana è a rischio erosione. Negli ultimi quarant’anni, l’avanzata del cemento – legale e illegale – ha sottratto quasi il 30% del suolo entro i 300 metri dalla battigia.
Per esempio, tra Sant’Alessio Siculo e Alì Terme si è formata quella che viene definita una “città lineare” lunga circa 14 chilometri, larga in alcuni tratti poco più di cento metri, costruita parallelamente alla riva.
Il dossier lo descrive senza giri di parole: “Le passeggiate lungomare, nate come spazi di svago, sono state trasformate in veri e propri assi viari intercomunali, spesso ampliati occupando ampie porzioni di arenile”.
Il risultato è un paradosso: per difendere case e strade si è distrutta la spiaggia, cioè la principale risorsa economica del territorio.
Dopo Harry, la reazione è stata immediata: nuove scogliere, nuovi massi, nuove difese. Ma il dossier è categorico: “La fisica non si piega all’emozione”.
Le barriere frangiflutti non eliminano l’erosione. La spostano. È quello che Legambiente definisce un effetto domino: si intrappolano i sedimenti in un punto e si affama il tratto successivo.
L’esempio più emblematico è a Sant’Alessio Siculo. Qui, tra barriere sommerse, barriere radenti e nuovi interventi, si parla di 40 milioni di euro spesi. Una cifra che il dossier definisce “non un investimento, ma un costo di manutenzione per un modello intrinsecamente fragile”.
 

E nonostante questo, le mareggiate del 2024, del 2025 e poi il ciclone Harry hanno prodotto nuovi danni milionari.
E poi le strade lungomare realizzate direttamente sulla spiaggia. A gennaio 2025 una violenta mareggiata aveva già distrutto 140 metri di lungomare, con danni per oltre 4 milioni di euro. Ricostruiti pochi mesi dopo, nello stesso punto.
Eppure quelle aree erano classificate dal PAI come zone R4, rischio molto elevato.
Il dossier parla di “schema suicida”: opere rigide che riflettono il moto ondoso, amplificando l’erosione e rendendo inevitabile il crollo successivo.

Il nodo dei lidi e dei ristori pubblici
Harry ha distrutto anche stabilimenti balneari e strutture fisse situate in aree ad altissimo rischio.
Qui Legambiente pone una domanda scomoda: “Se un imprenditore ignora coscientemente un rischio segnalato e decide di non rimuovere le strutture in inverno, perché la collettività dovrebbe risarcirlo?”
Il profitto è privato, ma i ristori sono pubblici. È un modello che il dossier mette in discussione apertamente.

 

Ricostruire o arretrare?
Il passaggio più politico arriva con il contributo del professor Enzo Pranzini. Dopo il ciclone Xynthia, in Francia, furono demolite circa 1.500 case in aree a rischio. Dopo Harry, in Sicilia, la parola d’ordine è stata un’altra: ricostruzione.
“La delocalizzazione potrà avere un costo maggiore della ricostruzione – scrive Pranzini – ma potrà conferire alla fascia costiera un nuovo assetto resiliente alle variazioni climatiche”.
E ancora: “Quanto è stato distrutto non deve essere ricostruito nello stesso punto”.
È la proposta più radicale del dossier: arretramento strategico, rispetto assoluto della fascia dei 150 metri dalla battigia, demolizioni dove necessario, opere solo flessibili e rimovibili.

Una responsabilità politica
Il documento individua responsabilità precise: l’“alibi dell’emergenza”, la narrazione del mare come nemico da combattere col cemento, l’idea che la cementificazione sia sinonimo di sviluppo turistico.
Ma soprattutto denuncia un modello che si alimenta di crisi: un’economia dei disastri che produce opere, finanziamenti e nuove emergenze.
Harry, in questa lettura, non è stato un evento eccezionale. È stata la conferma che lo straordinario sta diventando ordinario.
E la domanda finale è semplice, quasi brutale: continuiamo a ricostruire nello stesso punto aspettando il prossimo ciclone, o iniziamo finalmente ad arretrare? 


Un Piano di adattamento climatico per la Sicilia
Anche il WWF Italia interviene con una presa di posizione netta dopo la devastazione del 19 e 20 gennaio.
“È tempo di passare dall’emergenza alla prevenzione strutturale. Non si può più ricostruire ‘com’era e dov’era’, ignorando la tropicalizzazione del Mediterraneo e l’innalzamento del livello del mare.”
Secondo il WWF, Harry non è stato un caso isolato ma “un monito severo”. Con il 94% dei comuni italiani a rischio idrogeologico (dati ISPRA), la gestione frammentaria del territorio non è più sostenibile.
“La furia del Ciclone Harry è la prova che il dissesto idrogeologico e la cementificazione selvaggia sono una miscela esplosiva se combinati con i cambiamenti climatici. Se oggi è stata colpita la costa orientale, domani l’intera Isola sarà in pericolo. La natura si riprende i suoi spazi: coadiuvarla nel farlo è la nostra unica difesa.”
Il WWF propone l’avvio di un Piano di Adattamento climatico strategico per le coste siciliane, in linea con il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), che sarebbe il primo esempio di questo tipo in Italia.
I punti chiave:
Pianificazione di lungo termine sugli scenari climatici al 2050, 2100 e 2150


Soluzioni basate sulla natura, smettendo di combattere il mare con barriere rigide


Rinaturalizzazione e delocalizzazione nelle fasce più vulnerabili


Governance partecipata con cittadini e stakeholder


“Dobbiamo smettere di pensare che la tecnologia e il cemento possano domare la potenza del mare. La rinaturalizzazione è la nostra infrastruttura più preziosa.”