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21/02/2026 07:00:00

Un commissario per Capo Feto

Le condizioni meteorologiche di quest’inverno, caratterizzate da pioggia e da forti venti, hanno ricondotto l’aspetto della palude di Capo Feto quasi come ai vecchi tempi (ante anni ’70). La zona umida è colma d’acqua, tanta che le automobili non possono proseguire superata la vecchia, inossidabile, Casa dell’Acqua (casone dell’idrovora lasciato perdere dato che nessuno, nonostante l’interessamento dell’Ass.ne GIVA 2010, sappia dire a chi appartenga). Condizione che nelle giornate meno ventose induce fenicotteri,  pivieri dorati, pavoncelle, Treschiornitidi, Ardeidi e Anatidi a sostare sulle sponde e nelle acque basse delle cosiddette “gorghe” (vurghi vernacolare) situate lungo la strada d’accesso alla palude e alla spiaggia.

 

 La Gorga della Tonnara (primo specchio d’acqua da est), compromessa dal passaggio della condotta del gas (prima che arrivi alla stazione di pompaggio SNAM), ha riconquistato gli spazi che erano stati interrati nel corso dei lavori per l’approdo del metanodotto Algeria – Italia. Il mare non l’invade più per effetto della copertura del metanodotto che ha dato vita ad una secca che assolve egregiamente alla funzione di frangiflutti. L’abbiamo appellata Secca del Metanodotto, dopo giorni di rilevamenti effettuati con l’ing. Edoardo Politano, piemontese coordinatore del progetto Life Natura, che ha voluto verificare anche la ripresa naturale della vicina prateria di Posidonia oceanica. Il fatto che il mare, almeno in superficie, non raggiunga più la gorga, ha comportato una variazione dell’habitat, dato che sono andate disperse le condizioni per la presenza dei pesci e il sito, in annate particolarmente siccitose, va incontro al prosciugamento.

 

 L’abbassamento del livello idrico ha favorito, però, la nidificazione del cavaliere d’Italia oltre alle nidificazioni del fratino e del fraticello. Lo stesso Politano, notato il disturbo delle automobili, delle motociclette, dei bagnati che transitavano per il sentiero (ex strada asfaltata realizzata in occasione dell’inaugurazione del metanodotto, cancellata dal mare dopo qualche anno), ricavato tra il mare  e la gorga, ha tentato di chiuderlo, acquisito il parere del Comitato tecnico-scientifico Pro Capo Feto, insediato allora presso il CNR di Mazara e il parere del dott. Bruno Julien (ispettore Ue). Catenaccio e transenne, però, sono stati danneggiati, per ben due volte, per cui si è pensato di riattivare il canale della bonifica che separava in maniera netta la palude dal lungomare Fata Morgana di Tonnarella. Concluso il progetto e andato via Politano, una ruspa ha provveduto a seppellire metà del canale. 

Chiaro segno che l’area naturale protetta, con la sua spiaggia, doveva essere lasciata alla “libera fruizione”. Fruizione libera, con il rischio di degrado dell’area naturale protetta, probabilmente, per non mandare al macero definitivamente il piano comunale della zona “turistico alberghiera” nell’area del biotopo. Destinazione già respinta dalla Regione con D.P.R.S. n. 133/A del 29 novembre 1977, ma in tutte le Relazioni tecniche comunali, dal 2009 al 2024 (nel 2025 la musica è cambiata, con l’avvicendamento di una solerte funzionaria), per la proposta relativa al “PUDM”, la “libera fruizione” è stata sempre presente. Come se non bastasse, il 30/12/2025, con Determinazione Dirigenziale N. 547, il Libero Consorzio Comunale di Trapani, con l’appiglio della pulizia del sito (cosa giusta e doverosa che l’ex Provincia ha fatto anche in altri anni), pur in assenza di Valutazione d’Incidenza Ambientale, ha approvato il progetto per la “messa in sicurezza” delle strade di accesso all’area protetta. Messa in sicurezza in previsione dell’inizio della stagione balneare e in previsione che i praticanti di kite surf possano raggiungere agevolmente il corridoio di lancio prospiciente la Gorga del Lanternino e le gorghe rese perennemente allagate dalla Soprintendenza di Trapani, attraverso un progetto del 2006.

 

 La spiaggia di Capo Feto è l’ultima della Sicilia sud-occidentale che si conserva in condizioni definibili selvagge (anche perché non è stata mai pulita se non naturalmente) e si trova nell’area naturale protetta che, contrariamente a quanto continuano a scrivere i tecnici del Libero Consorzio, non si estende realmente per 453 ettari, ma per appena 150ha. Per attuare ciò che sembrano volere il Comune e il Libero Consorzio non c’è bisogno dell’istituzione della riserva naturale a meno che, come vuole la legge in ossequio ai “principi di sussidiarietà e di leale collaborazione”, la Regione, lo Stato non si decidano ad intervenire.

                                                                                                                                            

 

Enzo Sciabica - Naturalista