×
 
 
22/02/2026 06:00:00

Il caso “signorina”. L'ultimo scontro in consiglio comunale a Trapani

Ennesimo scontro a Palazzo Cavarretta. Questa volta l’oggetto del contendere è la declinazione al maschile del termine “consigliere comunale” con cui Maurizio Miceli ha appellato Marzia Patti, dopo averla chiamata “signorina”, con un tono tra il serio e il faceto.

La risposta non si è fatta attendere. Patti insiste da tempo sull’uso corretto del linguaggio di genere in aula, rivendicando il diritto a essere riconosciuta per ciò che è: una donna, una consigliera comunale. Non “signorina”. E, se proprio vogliamo parlare di titoli, avvocata.


“Non ci sono cose più importanti?”

Ma non ci sono cose più importanti di cui parlare? Questa è ormai la risposta prediletta in ogni dibattito, diventata una vera e propria tendenza. Ma è proprio seguendo questa logica che molte battaglie vengono messe in secondo piano, perché, appunto, ci sarà sempre qualcosa di “più importante”.

Soprattutto perché, ancora oggi, parlare di sindaca, avvocata, consigliera o architetta genera fastidio in un mondo al maschile, un mondo in cui certe espressioni sembra meglio non utilizzarle e in fondo, replicano molte persone, che differenza fa?

Se davvero il tema della questione fosse connesso al ruolo del consigliere comunale, quale nocumento recherebbe al consigliere Miceli declinare correttamente la parola secondo il genere di appartenenza? E perché la consigliera Patti se la prende tanto?


La lingua non è neutra

In entrambi i casi, vale la stessa risposta: perché la lingua non è né neutra né neutrale, soprattutto dal punto di vista del genere. Può creare, accentuare o conservare discriminazioni che finora hanno colpito soprattutto le donne.

Una grande parte di persone è fermamente convinta che un ruolo istituzionale sia indeclinabile, che “ingegnera” sia cacofonico – manco fossero tutti direttori d’orchestra con orecchio assoluto – che i femminili professionali non siano grammaticalmente corretti.

Il linguaggio di genere può esaminarsi sotto due aspetti, uno formale ed uno politico.

 

 


Cosa dice la grammatica

Dal punto di vista della grammatica, l’Accademia della Crusca – fonte verosimilmente autorevole – chiarisce che la lingua italiana consta di soli due generi, maschile e femminile e non utilizza il neutro. Che ci sono parole che si declinano solo nell’articolo (IL dirigente/LA dirigente), altre cosiddette epicene, che restano cioè invariate, e tutte le altre cambiano la desinenza.

Tra queste: sindaco/a, consigliere/a, assessore/a. Presidente no, resta com’è declinandosi con l’articolo, per buona pace della premier Giorgia Meloni. Ed il ruolo non c’entra nulla, la grammatica italiana non assume le proprie regole rispetto alle cariche ricoperte.

Semmai, il fatto è che, fino a non troppi anni fa, una donna non poteva diventare avvocata, per cui la declinazione al femminile non si poneva. Vi siete mai chiesti perché “infermiere/a” e “maestra/o” sì, e per “segretaria” si intende la dattilografa ed al maschile si pensa al segretario di partito?

Era un fatto di costume, di cultura: sì, proprio quella cosiddetta patriarcale, che fa spesso sobbalzare dalla sedia. Ma i tempi sono cambiati, ed ostinarsi a dire “il ministro ha partorito” è un orrore grammaticale prima ancora che sociale.


Parole, potere e invisibilità

Ma quel che è peggio, è che tutto questo avviene nella sostanziale indifferenza di tanti e tante, che continuano a parlare o a scrivere in un certo modo: lo fanno per abitudine, per scarsa consapevolezza o per benaltrismo.

Le parole sono importanti - come giuristi e linguisti concordano - affermano o, per converso, negano diritti. È molto semplice: quello che non si dice non esiste.

Ecco perché Marzia Patti è “signorina” prima, “consigliere” dopo. Ecco perché, per alcune amministratrici, è meglio declinarsi al maschile: in fondo, è un uomo che ha concesso loro di occupare uno scranno. Quale esso sia.


Quote rosa e rappresentanza

Prendete le quote rosa: strumento che ridimensiona la presenza femminile in politica ad una quota percentuale, sia che si tratti delle quote nelle liste elettorali che nella rappresentanza di genere nelle giunte. Che poi, mica la norma dice che il 40% dei componenti delle giunte devono essere donne: sostiene invece che uno dei due generi non debba essere rappresentato al di sotto di quella soglia.

Chi lo stabilisce, quindi, che il 60% debbano essere uomini? La consuetudine che siano gli uomini a fare le liste, che ricoprono ruoli apicali, che sono loro a concedere alle donne quello spazio che, diversamente, manco morti.

La giunta di Trapani ne è esempio emblematico: è dal 2018 che il sindaco Giacomo Tranchida annega nel testosterone. Prima solo due donne su nove, ora sono addirittura tre e proprio in previsione dell’approvazione del ddl enti locali in materia, approvato solo pochi giorni fa.

Per non parlare della commissione Pari Opportunità, che ha riscosso così successo e raggiunto talmente tanti obiettivi da non riuscire più a ricostituirsi, per mancanza di risposte al bando di adesione.


Oltre le parole: il nodo culturale

Quindi, prima ancora del linguaggio di genere, occorrerebbe chiedersi quale ruolo vogliano rivendicare per se stesse le donne.

Davvero la battaglia deve essere quella sulla doppia preferenza di genere alle elezioni, così da poter aspirare ad un tandem “forte” con un uomo? È davvero questo lo strumento principe con il quale può aumentare la presenza femminile in politica?

O non sarebbe invece più utile riempire di contenuti le cosiddette Pari Opportunità, assessorato tradizionalmente femminile?

L’obiettivo dovrebbe essere quello di creare spazi di agibilità democratica per le donne, empowerment femminile attraverso un welfare di genere, come approccio alle politiche sociali e aziendali che miri a colmare le disuguaglianze tra uomini e donne, riconoscendo esigenze e ruoli di cura differenziati.


Parità giuridica e realtà

Oggi, parlare di parità di genere sembra un esercizio superfluo. Eppure persiste una significativa distanza tra uguaglianza “giuridica” e “reale”.

Una donna su due (57,4%) è inserita nel mercato del lavoro e 3 donne su 4 si dimettono a causa delle difficoltà riscontrate nel conciliare responsabilità di cura e vita lavorativa.

Dovremmo quindi riflettere su quanto sia importante declinare al femminile le professioni al fine di rendere reale il riconoscimento della possibilità anche per le donne, ma anche puntare l’attenzione sul tema della conciliazione dei ruoli tra uomo e donna.

Il tema è che le misure di conciliazione hanno sempre come unico target di riferimento le donne, invece continuiamo a rimandare una riflessione su quale dovrebbe essere il ruolo degli uomini nella promozione della parità di genere.

Ecco, chi amministra dovrebbe porsi queste domande e tentare di dare una risposta nei limiti delle loro prerogative.


Non è grammatica, è cultura

Nel contesto sociale, il linguaggio non si limita a descrivere passivamente la realtà, ma la plasma in modo attivo, dando forma a ciò che è pensabile, nominabile e riconoscibile.

Il linguaggio è fondamentale per promuovere l'uguaglianza sostanziale, combattendo stereotipi e rendendo visibili le donne nelle posizioni di rilievo; elimina le ambiguità e riconosce le donne come interlocutrici alla pari.

Non è solo una questione formale, ma un atto politico e culturale che toglie la donna dall'invisibilità generata dal maschile sovraesteso.

Occorre imparare a maneggiare con cura le parole, perché finché una donna che siede in un’aula istituzionale sarà “signorina” prima ancora che consigliera, il problema non sarà la grammatica. Sarà la cultura. E sarà nostro dovere cambiarla, una parola alla volta.