Teheran è stata colpita in pieno giorno, con i negoziati ancora formalmente aperti. Israele e Stati Uniti parlano di “attacco preventivo” e di una campagna destinata a durare. L’Iran risponde con missili e droni: non solo verso Israele, ma anche contro basi americane e Paesi del Golfo. E nella notte arriva la notizia che cambia tutto: Ali Khamenei, Guida Suprema dal 1989, è morto. La conferma è arrivata dai media di Stato iraniani, dopo ore di versioni contrastanti e smentite.
È l’inizio di una fase nuova: non più schermaglie, non più guerra “per procura”. Qui si punta al cuore del regime.
L’operazione è partita sabato 28 febbraio (in Iran il primo giorno lavorativo della settimana) con esplosioni a Teheran e attacchi in più città. Israele ha rivendicato raid mirati anche contro centri di comando e figure della leadership politico-militare; gli Stati Uniti avrebbero colpito soprattutto asset missilistici e infrastrutture strategiche, con una combinazione di mezzi (tra cui missili da crociera).
Donald Trump ha parlato, in un videomessaggio, di una “grande operazione” e ha descritto l’intervento come necessario per la sicurezza degli Stati Uniti e degli alleati, inserendolo nel dossier nucleare e nella minaccia regionale iraniana.
Israele ha dichiarato lo stato di emergenza e ha fatto capire subito che non si tratta di una sortita limitata: “non è finita qui”.
Khamenei ucciso: dal giallo alla conferma
Per molte ore, il destino di Khamenei è rimasto nel limbo: fonti israeliane parlavano di “forti indicazioni” sulla sua morte, mentre da Teheran arrivavano frasi ambigue e minimizzazioni.
Poi la svolta: i media di Stato iraniani hanno confermato l’uccisione della Guida Suprema, dopo che l’area del compound presidenziale/di sicurezza nella capitale era stata indicata come uno dei bersagli principali.
Il punto politico è enorme: Khamenei non era solo un leader religioso. Era l’architrave del sistema, il vertice della catena di comando, l’uomo che decideva davvero su guerra, pace, repressione interna, Pasdaran e politica estera.
La risposta iraniana: missili contro Israele e basi Usa nella regione
La rappresaglia iraniana è stata rapida e larga. Secondo diverse ricostruzioni, Teheran ha lanciato ondate di missili e droni verso Israele e contro installazioni militari statunitensi in vari Paesi del Golfo e del Medio Oriente, tra cui Qatar, Bahrain, Kuwait ed Emirati. Molti ordigni sarebbero stati intercettati, ma sono stati segnalati impatti e danni in più punti della regione.
Questa è la differenza rispetto ad altre crisi: l’Iran non sta colpendo solo il “nemico storico” israeliano. Sta allargando subito lo scontro a Washington e ai partner arabi che ospitano basi e logistica americane.
Stretto di Hormuz: la carta più pericolosa
In parallelo, Teheran (tramite i Pasdaran e media locali) ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz al transito marittimo, o comunque la sua “non sicurezza”: è il passaggio che collega il Golfo ai mercati globali ed è uno dei colli di bottiglia energetici più importanti al mondo. Se davvero si blocca (o anche solo se aumenta il rischio percepito), l’effetto si vede subito su petrolio, trasporti e assicurazioni.
Qui il Medio Oriente smette di essere “lontano”: i prezzi e l’instabilità arrivano anche in Europa con la velocità di un titolo in borsa.
Perché adesso: il contesto dopo la “guerra dei dodici giorni”
Questo nuovo fronte arriva a pochi mesi dalla guerra lampo del 2025 tra Israele e Iran, quella che in molti ricordano come “guerra dei dodici giorni”. Da allora, la tensione è rimasta alta, tra riarmo, raid, sabotaggi e diplomazia intermittente. In questi giorni, inoltre, erano in corso tentativi di riaprire un canale negoziale sul nucleare: oggi quel tavolo appare, di fatto, saltato.
Israele e Stati Uniti dicono che l’obiettivo è impedire all’Iran di arrivare a una capacità nucleare militare e neutralizzare la minaccia missilistica. Teheran parla di aggressione illegale e di guerra di rovesciamento del regime.
Che succede ora dentro l’Iran: successione e rischio caos
Con Khamenei morto, si apre una questione che non è solo militare ma istituzionale: chi comanda adesso? Secondo quanto riportato da fonti internazionali, Teheran avrebbe annunciato misure di transizione (tra lutto nazionale e gestione provvisoria), mentre restano da capire i rapporti di forza reali tra Presidenza, apparato religioso e Pasdaran.
Il rischio, qui, è doppio:
una stretta interna (repressione e controllo totale in nome dell’emergenza);
oppure una frammentazione: lotte tra fazioni, vuoti di comando, reazioni incontrollate sul fronte regionale.
E l’idea – rilanciata apertamente da Trump e Netanyahu – che “ora tocca al popolo iraniano” si scontra con una realtà brutale: in guerra, i cambi di regime raramente seguono un copione pulito.
L’impatto sulla regione: difese aeree, voli cancellati, Paesi del Golfo nel mirino
I Paesi del Golfo si trovano nella posizione peggiore: alleati degli Stati Uniti, ospitano basi e sistemi, ma sono nel raggio diretto della risposta iraniana. In queste ore si registrano allerta, intercettazioni, chiusure e cancellazioni di voli e un clima da “crisi permanente” in aeroporti e hub strategici.
È un conflitto che non resta confinato: si allarga per geografia, per interessi, per conseguenze economiche.
Gli italiani nell’area: cosa dice la Farnesina
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che non risultano italiani coinvolti negli attacchi e che anche i militari italiani presenti in una base in Kuwait colpita da missili sarebbero inermi e protetti nei bunker, pur con danni infrastrutturali segnalati.
In situazioni del genere, la regola è sempre la stessa: seguire solo canali ufficiali, evitare spostamenti inutili e verificare lo stato dei voli e degli scali.
Una guerra “senza fine rapida”
Per ora, una certezza c’è: non è una crisi di poche ore. Stati Uniti e Israele parlano di operazione lunga; l’Iran ha già mostrato di voler rispondere su più fronti; lo Stretto di Hormuz è una miccia globale; e la morte di Khamenei rende tutto più instabile, non più semplice.
In altre parole: il Medio Oriente è entrato in un tornante storico. E quando si entra in un tornante, la prima cosa che salta è la sicurezza delle previsioni
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