Referendum sulla giustizia: a Trapani Fratelli d’Italia spiega perché votare Sì può cambiare l’Italia
Mentre si entra nel vivo della campagna per il referendum costituzionale sulla giustizia, in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, a Trapani Fratelli d’Italia ha tenuto un congresso dal titolo programmatico sulla riforma della giustizia, ribadendo ai cittadini le ragioni del Sì. Sala gremita al Chiostro San Domenico, con amministratori, dirigenti ed esponenti del partito presenti in ogni ordine di posto.
Il dibattito, lontano da un semplice confronto di opinioni, ha avuto l’obiettivo di spiegare perché – secondo i relatori – la riforma costituzionale in votazione rappresenti una svolta necessaria per il sistema giudiziario italiano dopo oltre trent’anni di stallo.
Ad aprire i lavori sono stati dirigenti provinciali e rappresentanti istituzionali del partito. Sono intervenuti Maurizio Miceli, presidente provinciale di Fratelli d’Italia a Trapani, gli ex deputati regionali Livio Marrocco, Nicolò Catania e Giuseppe Bica, attuale deputato all’Ars. Tutti hanno sottolineato la necessità di una riforma che, a loro dire, restituisca equilibrio tra i poteri dello Stato e maggiore fiducia ai cittadini.
A seguire gli interventi nazionali: l’onorevole Sara Kelany, componente della Commissione Affari costituzionali della Camera; l’eurodeputato Ruggero Razza, esponente di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo; il senatore Raoul Russo, componente della Commissione parlamentare Antimafia; e il commissario regionale FdI Sicilia Luca Sbardella.
Il punto più ripetuto è stato quello delle correnti interne alla magistratura. «Le correnti si sono comportate come partiti politici interni» – dice Sara Kelany – spiegando che dentro il Consiglio superiore della magistratura si sarebbero create dinamiche simili a quelle dei partiti: appartenenze, accordi, progressioni di carriera legate a gruppi organizzati.
Nel dettaglio, sono quattro le principali aree organizzate all’interno dell’Associazione nazionale magistrati che negli anni hanno avuto peso anche nelle elezioni del Csm: Magistratura Democratica, area progressista; Area Democratica per la Giustizia, nata dall’unione di Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia; Unità per la Costituzione (Unicost), area centrista; Magistratura Indipendente, considerata più conservatrice.
Secondo i relatori, queste aree – legittime come associazioni culturali – nel tempo avrebbero inciso sulle nomine dei capi di procure e tribunali. «Se pubblico ministero e giudice appartengono alla stessa corrente e siedono nello stesso organo di autogoverno, possiamo dirci davvero tranquilli sulla piena terzietà?» – chiede Kelany – ponendo un interrogativo diretto ai cittadini. L’esempio fatto è semplice: se chi accusa e chi giudica fanno parte dello stesso circuito organizzato che decide anche le carriere, il cittadino può percepire una vicinanza che non rafforza la fiducia nell’imparzialità.
Il nodo è proprio questo: la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica. L’eurodeputato Ruggero Razza richiama l’articolo 111 della Costituzione. «Non è una riforma contro la Costituzione, ma l’attuazione piena del principio del giusto processo davanti a un giudice terzo» – spiega Razza – chiarendo che oggi pubblico ministero e giudice appartengono allo stesso ordine e possono, nel corso della carriera, passare da una funzione all’altra; la riforma prevede invece due carriere distinte e due Csm separati, ciascuno con autonomia e indipendenza.
Razza respinge anche le accuse di incostituzionalità. «Questa non è una riforma eversiva, ma una riforma che completa un percorso iniziato con la riforma del processo penale del 1989 e rimasto incompiuto» – dice – ricordando che per modificare la Costituzione servono quattro votazioni tra Camera e Senato e tempi lunghi.
«Negli anni Ottanta e Novanta i governi erano instabili, duravano pochi mesi o poco più di un anno. Solo un governo stabile può portare a compimento una riforma costituzionale» – aggiunge – sottolineando che l’attuale esecutivo, in carica dall’ottobre 2022, ha mantenuto la stessa maggioranza per oltre tre anni, completando l’iter parlamentare previsto dall’articolo 138 della Costituzione.
Il senatore Raoul Russo usa parole ancora più dirette. «Non è una riforma contro la magistratura, è una riforma per i cittadini» – dice – ribadendo che l’obiettivo dichiarato è rafforzare la fiducia nel sistema giudiziario. E poi: «Il vero potere in Italia molto spesso non è quello della politica, ma quello di un magistrato che può decidere la vita o la morte civile di una persona» – afferma – spiegando che la riforma intende riequilibrare i poteri e rafforzare la responsabilità.
Russo parla di «incrostazioni di potere» e richiama il caso Palamara come simbolo di un sistema di nomine segnato da logiche correntizie. «I dati ci raccontano di tanti errori giudiziari e pochissime sanzioni disciplinari» – aggiunge – sostenendo la necessità di un’Alta Corte disciplinare separata dal Csm che possa giudicare i magistrati in modo autonomo rispetto alle dinamiche interne.
Il commissario regionale Luca Sbardella pone l’accento sulla dimensione politica della consultazione. «La sinistra la sta trasformando in una battaglia contro il governo, mentre noi difendiamo una riforma che era nel nostro programma» – afferma – invitando alla mobilitazione. E ricorda lo scandalo delle nomine: «Abbiamo visto cosa è stato il sistema Palamara. Quanti hanno rinunciato agli incarichi ottenuti in quel modo? Nessuno» – dice – indicando nella riforma uno strumento per superare quel meccanismo.
Kelany porta anche esempi legati all’immigrazione e alla sicurezza, parlando di «ordinanze ciclostilate» che, a suo dire, avrebbero inciso su scelte legislative.
«Non possiamo avere una giustizia che interviene sistematicamente sulle politiche pubbliche» – sostiene – ribadendo che la separazione delle carriere e la riforma del Csm servono a rafforzare la terzietà e a evitare che le correnti si trasformino in centri di potere.
In sintesi, le motivazioni del Sì ruotano attorno a quattro punti: separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri; istituire due Consigli superiori distinti con meccanismi che riducano il peso delle correnti; creare un’Alta Corte disciplinare per le sanzioni; dare piena attuazione al principio costituzionale del giusto processo.
«Se la giustizia oggi non funziona, l’unico modo per cambiarla è votare Sì» – conclude Kelany – trasformando una riforma tecnica in un messaggio politico diretto.
Dal congresso trapanese emerge una linea chiara: per Fratelli d’Italia è tempo di riforma. E la sfida, nelle parole dei relatori, non riguarda solo l’assetto interno della magistratura, ma la fiducia dei cittadini in un sistema giudiziario percepito come più trasparente, più responsabile e realmente terzo.
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