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16/03/2026 06:00:00

L’affare della posidonia di Selinunte e il dirigente regionale che “scorta” il mafioso in comune

 “Io sono sconvolto. Questo signore è stato accompagnato in comune da un dirigente regionale: noi tutto potevamo pensare, tranne che fosse un delinquente. Se avessi saputo anche solo un piccolo dettaglio sul suo passato criminale, avrei evitato con cura ogni tipo di contatto con lui”. È con queste parole che Davide Brillo, assessore ai Lavori Pubblici di Castelvetrano, contattato telefonicamente, rivendica la totale buona fede della giunta guidata dal sindaco Giovanni Lentini di fronte all’inchiesta che ha svelato un asse tra corruzione regionale e mafia.

 

L’assessore chiarisce che i contatti con l’imprenditore Carmelo Vetro sono rimasti confinati ad una fase puramente esplorativa: le interlocuzioni erano finalizzate esclusivamente ad acquisire un preventivo informale per valutare l’ipotesi di un intervento comunale per il trasporto del grosso cumulo di posidonia ammassata nel porto di Marinella di Selinunte, già estratta dalla Regione Siciliana ma abbandonata da troppo tempo lungo il molo. Una volta compreso che l’operazione in via sostitutiva avrebbe richiesto tra i 400 e i 500 mila euro, il comune ha rinunciato per mancanza di liquidità. E infatti, i lavori sono stati infine pianificati direttamente dalla Regione Siciliana, che ha stanziato oltre 526.000 euro per il trasporto dei rifiuti in discarica.

 

L’indagine descrive un sistema in cui la mafia non entrava nei cantieri per caso, ma attraverso una regia consolidata che, secondo gli investigatori, era composta da Giancarlo Terersi, Carmelo Vetro e Salvatore Iacolino.

Giancarlo Teresi, dirigente regionale delle Infrastrutture portuali, figlio di un esponente mafioso, è accusato (tra le altre cose) di essere il “garante pubblico” delle mazzette per i lavori a Selinunte.

Carmelo Vetro, indicato come il boss massone di Favara, era l’amministratore di fatto della AN.SA. Ambiente, già condannato definitivamente a 9 anni per mafia.

Salvatore Iacolino, ex eurodeputato e manager della sanità, è accusato di aver messo a disposizione di Vetro relazioni e contatti istituzionali in cambio di sostegno elettorale.

 

Ma se l’assessore di Castelvetrano e la relativa Giunta del sindaco Lentini, di quei lavori che avevano ipotizzato di svolgere al posto della Regione Siciliana, alla fine non hanno formalizzato alcun affidamento, diverse sono le posizioni regionali. Anche lì però la caratura criminale di Vetro pare non la conoscesse nessuno. Così come i rapporti opachi di Teresi.

Daniela Faraoni, assessora regionale alla Salute ha preso le distanze parlando di giorni di “dolore e amarezza” e precisando che in assessorato “non è arrivata nessuna segnalazione” sui rapporti contestati al suo dirigente. Insomma, non poteva sapere tutto.

La cosa interessante è che dei trascorsi giudiziari di Vetro (della sua condanna definitiva a nove anni per mafia nell’ambito dell’operazione “Nuova Cupola”, l’indagine che aveva smantellato i progetti di ricostruzione di Cosa nostra) e del fatto che fosse il figlio del defunto capomafia di Favara, non ne sapesse nulla nemmeno il manager della sanità Iacolino, che è nato proprio a Favara nel 1963: “Io non sapevo che Vetro avesse una condanna per mafia”.

 

E poi c’è Giovanni Filardo.

 

Il suo ruolo in questa inchiesta sarebbe quello di un imprenditore mafioso di fatto, capace di infiltrarsi negli appalti pubblici nonostante pesanti condanne e interdittive antimafia.

Indicato come un esponente di spicco della famiglia mafiosa di Castelvetrano, cugino del defunto boss Matteo Messina Denaro, al momento dei fatti oggetto di questa indagine era già stato condannato in via definitiva a 12 anni e 6 mesi per associazione mafiosa ed era sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Castelvetrano.

Il suo coinvolgimento riguarda lo smaltimento della posidonia stoccata presso il Polo Tecnologico di Castelvetrano nel corso del 2024. Sebbene la sua società ufficiale (MI.RE. s.r.l.s., intestata al fratello Matteo) fosse colpita da un’interdittiva antimafia che le impediva di contrattare con la pubblica amministrazione, Filardo è riuscito ad operare nel cantiere attraverso un sistema di schermatura.

Secondo gli inquirenti, avrebbe stretto accordi diretti con l’imprenditore Giovanni Aveni (titolare della ditta aggiudicataria AVENI s.r.l.) per occuparsi materialmente del caricamento dei rifiuti sui camion, operazione definita nelle intercettazioni come "caricatina".

I lavori eseguiti dai fratelli Filardo venivano formalmente fatturati dalla I.C.E.S.T. s.r.l., una società “pulita” che fungeva da schermo documentale per nascondere i reali esecutori ed evitare le comunicazioni antimafia.

 

Ma Giovanni Filardo, oltre al lavoro materiale, avrebbe pure esercitato una funzione di tutela e controllo all’interno del cantiere, garantendo il rispetto dei tempi e la sicurezza del sito per conto di Aveni. E il direttore dei lavori e RUP della Regione, Francesco Mangiapane (anche lui indagato nell’inchiesta) lo sapeva. Però, oltre a non denunciare l’infiltrazione, diceva che Filardo era un “serio lavoratore” che aveva “sostituito” efficacemente l’impresa in certi compiti e che era una garanzia per l’andamento dei lavori. Insieme ad Aveni, Mangiapane si è quindi adoperato per “gonfiare” artatamente i conteggi e predisporre perizie di variante per giustificare i costi del nolo dell’escavatore dei Filardo.

 

Il “cantiere” era prevalentemente il Polo Tecnologico di Castelvetrano, dove la posidonia veniva temporaneamente smaltita. Ed è proprio lì che a metà novembre 2024 ci fu un episodio di danneggiamento notturno. E dato che sarebbe intervenuta la polizia, Filardo sarebbe stato intercettato mentre impartiva istruzioni al titolare della I.C.E.S.T. su cosa dichiarare. Gli ordinava di sostenere che i lavori fossero stati eseguiti dalla I.C.E.S.T. e che l’escavatore dei Filardo fosse stato preso a nolo “a freddo” (senza operatore), nel tentativo di occultare definitivamente la propria presenza dal cantiere pubblico.

 

In questa complessa scacchiera giudiziaria, la figura di Giovanni Filardo rappresenta però un paradosso. Sebbene vanti la parentela più “celebre” dell’intera inchiesta, essendo il cugino del defunto boss Matteo Messina Denaro, il suo ruolo appare secondario rispetto ai vertici del sistema. I fratelli Filardo si limitavano alla gestione materiale del cantiere al Polo Tecnologico di Castelvetrano, operando come imprenditori di fatto. La vera e più pericolosa infiltrazione mafiosa sarebbe invece stata rappresentata dal trio Teresi-Vetro-Iacolino, capace di agire direttamente sui gangli della burocrazia regionale per condizionare strutturalmente i lavori pubblici in tutta la Sicilia, ben oltre i confini del territorio trapanese.

 

In ogni caso, al di là degli esiti che avrà l’inchiesta, l’impressione è che forse l’interesse ossessivo per la trentennale latitanza di Messina Denaro abbia finito per distrarre tutti, opinione pubblica compresa. Nel frattempo la mafia è diventata qualcosa di diverso da ciò che era tra gli anni ’80 e l’inizio degli anni ‘90. Quella mafia che, come ha sottolineato più volte il giornalista Attilio Bolzoni, è tornata ad essere quella che era prima della parentesi corleonese. E mentre si aveva sempre più bisogno del capo assoluto da acciuffare, le storie degli altri mafiosi più recenti, più piccoli (magari anche contemporanei) inseriti negli appalti che contano, sono come spariti dall’attenzione   della gente.

Mentre l’Italia restava ipnotizzata per trent’anni dal fantasma di Castelvetrano, la mafia ha forse compiuto la sua metamorfosi più pericolosa: svanire dalle cronache per ricomparire nei quadri economici. Una mafia che non urla, ma sussurra negli uffici regionali.

 

Egidio Morici



Antimafia | 2026-03-13 08:40:00
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