La Rafiqueer Boat tra geopolitica, mobilitazione civile e critica dell'omonazionalismo
Il Rafiqueer Boat Project, una barca queer e transfemminista autofinanziata, dovrebbe salpare nella primavera del 2026 verso la Striscia di Gaza nell’ambito della missione internazionale promossa dalla Global Sumud Flotilla insieme al movimento Thousand Madleens to Gaza.
L’iniziativa si inserisce in una più ampia mobilitazione civile internazionale che punta a riportare l’attenzione sulla crisi umanitaria nella Striscia con un obiettivo chiaro: sfidare e “rompere” il blocco navale imposto dal governo israeliano, portare aiuti e attenzione internazionale alla popolazione palestinese bloccata nella Striscia di Gaza, unendo resistenze e pratiche di solidarietà mediterranea.
Nel progetto è stata coinvolta anche Arcigay, riconosciuta dai promotori dell’iniziativa come interlocutore credibile nella costruzione di reti di solidarietà internazionale. Tra le figure che hanno coinvolto Arcigay nella costruzione del Rafiqueer Boat Project figurano attiviste e professioniste impegnate da anni nelle reti di solidarietà internazionale.
Tra queste c’è Laura Cardile, regista e documentarista italo-francese originaria di Calatabiano, già a bordo di una missione congiunta tra Freedom Flotilla e Thousand Madleens intercettata dalle forze israeliane durante una precedente spedizione umanitaria. Accanto a lei figura Caterina Amicicci, attivista della cooperativa Seasters, un progetto di donne+ che ha scelto il mare come spazio di libertà e redistribuzione del potere.
Seasters nasce da un gruppo informale di appassionate di vela che, stanche di un mondo nautico tradizionalmente gerarchico e maschile, hanno costruito un modello di navigazione basato sulla condivisione delle competenze e sull’assenza di gerarchie fisse a bordo.
Il Mar Mediterraneo, per secoli crocevia di scambi e civiltà, è oggi una frontiera armata attraversata da rotte commerciali, corridoi energetici e flotte militari che sorvegliano uno dei quadranti geopolitici più instabili del mondo.
Allo stesso tempo è una frontiera segnata da naufragi e respingimenti ed è dentro questa geografia di disuguaglianze e conflitti che si inserisce il Rafiqueer Boat Project.
Gaza nel cuore della crisi mediorientale
La Striscia di Gaza, governata dal movimento palestinese Hamas dal 2007, vive da quasi due decenni sotto un regime di chiusura imposto da Israele, che controlla lo spazio aereo, l’accesso marittimo e gran parte dei confini terrestri della Striscia. Il valico meridionale di Rafah è invece gestito dall’Egitto. Questo sistema di restrizioni ha progressivamente trasformato Gaza in uno dei territori più isolati e densamente popolati del pianeta, con oltre due milioni di persone sottoposte a condizioni di vita estremamente precarie.
All’attacco su larga scala di Hamas del 7 ottobre 2023, la risposta militare israeliana ha inaugurato una nuova fase del conflitto, aggravando una crisi umanitaria già profonda. L’ampiezza delle distruzioni e il numero crescente di vittime civili, hanno sollevato l’accusa che le operazioni militari possano configurare un genocidio nei confronti della popolazione palestinese.
La guerra a Gaza si è progressivamente intrecciata con dinamiche più ampie. La rivalità strategica tra Israele e Iran ha assunto un peso crescente nello scenario mediorientale, anche attraverso il sostegno iraniano a gruppi armati come Hezbollah in Libano e ad alcune organizzazioni palestinesi.
In questo quadro si inserisce anche il ruolo degli Stati Uniti, principali alleati di Israele. Il sostegno politico e militare di Washington a Tel Aviv, insieme alle tensioni con l’Iran e ai conflitti indiretti che attraversano il Medio Oriente, contribuisce ad alimentare il rischio di una più ampia escalation internazionale.
È dentro questo scenario — segnato da una crisi umanitaria di proporzioni drammatiche e da un conflitto sempre più intrecciato con gli equilibri geopolitici globali — che negli ultimi mesi si è sviluppata questa mobilitazione crescente della società civile internazionale, nel tentativo di riportare al centro del dibattito globale la condizione della popolazione palestinese.
La Global Sumud Flotilla
La Global Sumud Flotilla rappresenta uno degli esempi più visibili di mobilitazione civile globale attorno alla questione palestinese ( qui la partenza dalla Sicilia). Più che una semplice spedizione marittima, la flottiglia è diventata una campagna internazionale capace di mobilitare reti di attivisti, associazioni e professionisti provenienti da numerosi paesi.
La nuova missione, annunciata durante una conferenza stampa a Johannesburg, dovrebbe partire il 29 marzo con una partecipazione molto più ampia rispetto alle spedizioni precedenti: oltre 3.000 partecipanti provenienti da più di 100 paesi e più di 100 imbarcazioni. La missione precedente si era conclusa nell’ottobre 2025, quando le forze navali israeliane avevano abbordato e sequestrato oltre quaranta imbarcazioni che facevano parte del convoglio umanitario. La partenza della nuova flottiglia dovrebbe avvenire da Barcellona, con tappe successive in Tunisia, Italia e altri porti del Mediterraneo. Tra i partecipanti sono stati annunciati oltre mille operatori sanitari — medici, infermieri e personale medico — insieme a eco-costruttori e investigatori specializzati nell’analisi dei crimini di guerra.
Parallelamente alla missione marittima è previsto anche un convoglio terrestre internazionale, definito dagli organizzatori un “nuovo movimento Sumud sulla terra”, con l’obiettivo di portare aiuti e testimonianza politica lungo le rotte che conducono verso Gaza.
Le flottiglie civili hanno spesso incontrato blocchi militari o ostacoli diplomatici. Tuttavia il loro impatto non si misura soltanto nella capacità di raggiungere la Striscia. Il loro effetto principale consiste nella capacità di attivare mobilitazioni politiche e sociali su scala globale, riaccendendo il dibattito pubblico sulla situazione palestinese.
Il nodo dell’omonazionalismo e del pinkwashing
Il cuore del progetto del Rafiqueer Boat Project sta nell’incontro tra tre dimensioni che raramente vengono raccontate insieme: l’attivismo LGBTQIA+, sempre più intersezionale e legato alle lotte contro colonialismo e militarizzazione; la mobilitazione civile transnazionale; e il conflitto israelo-palestinese, attraversato negli ultimi anni da un crescente dibattito sull’omonazionalismo e sull’uso politico dei diritti LGBTQIA+.
Il termine, elaborato da studiosi e attivisti queer, descrive il modo in cui alcuni Stati utilizzano la difesa dei diritti LGBTQIA+ come elemento di legittimazione politica e come strumento di costruzione della propria immagine internazionale. Nel caso israeliano, questa dinamica è stata spesso descritta come pinkwashing: la promozione internazionale dell’immagine di Israele come società progressista sul piano dei diritti sessuali e di genere — in particolare attraverso eventi culturali e turistici legati alla comunità LGBTQIA+ — mentre la questione palestinese viene marginalizzata o depoliticizzata.
Per molti attivisti queer critici verso questa narrazione, l’uso dei diritti LGBTQIA+ come vetrina progressista rischia di occultare o normalizzare il contesto di occupazione, violenza e disuguaglianza che caratterizza la vita nei territori palestinesi. In questa prospettiva, l’omonazionalismo diventa una forma di nazionalismo che integra selettivamente alcune rivendicazioni dei diritti civili all’interno di un progetto politico più ampio.
Il Rafiqueer Boat Project si colloca esplicitamente dentro questo dibattito e rappresenta una presa di posizione politica che rifiuta la separazione tra diritti LGBTQIA+ e giustizia geopolitica.
Prendere il mare come gesto politico
Prendere il mare non è dunque soltanto un gesto di solidarietà, ma un modo per intrecciare resistenze e connettere lotte.
Navigare verso Gaza significa testimoniare come colonialismo e patriarcato possano essere letti come parti della stessa struttura di oppressione e riaffermare il ruolo della società civile globale in uno scenario internazionale dominato da Stati, eserciti e strategie militari.
La Rafiqueer Boat non cambierà gli equilibri della guerra, ma racconta qualcosa di importante sul presente: che anche dentro uno dei conflitti più complessi del nostro tempo esistono ancora spazi di mobilitazione civile, solidarietà internazionale e immaginazione di una politica dal basso che prova a tracciare nuove rotte tra le fratture della geopolitica contemporanea.
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