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23/03/2026 06:00:00

La vicepresidente dell’Antimafia e i messaggi al boss: il caso Bernardette Grasso

Cinque nomi, un curriculum e una chat WhatsApp. È così che anche la politica finisce dentro l’inchiesta della Procura di Palermo che sta scuotendo la Sicilia. E non una politica qualunque: quella che dovrebbe presidiare il fronte più delicato, quello dell’antimafia.

Nelle carte compare infatti Bernardette Grasso, deputata regionale di Forza Italia, sindaca di Capri Leone e, soprattutto, vicepresidente della Commissione regionale Antimafia. Il suo nome emerge per una vicenda che, se confermata nei contorni descritti dagli investigatori, ha un peso simbolico e politico enorme.

 

“Non sapevo fosse un mafioso”

 

Sentita dai magistrati come persona informata sui fatti, Grasso ha spiegato la sua versione:
“Non sapevo che fosse un mafioso. Il nome di Vetro mi era stato segnalato da Salvatore Iacolino”.

Una difesa che si concentra sulla mancanza di consapevolezza. Per la deputata, dunque, si sarebbe trattato di una normale segnalazione per lavoro, senza conoscere il profilo criminale dell’interlocutore.

Eppure, il nome con cui avrebbe interloquito non è secondario: Carmelo Vetro, imprenditore di Favara già condannato per mafia e figura centrale nell’indagine.

 

Il ruolo di Iacolino: il “ponte”

 

A fare da collegamento tra politica e imprenditore, secondo gli atti, sarebbe stato Salvatore Iacolino, dirigente generale dell’assessorato regionale alla Sanità e oggi indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

È lui, secondo la ricostruzione della Procura, ad avere messo in contatto Grasso con Vetro, arrivando persino a fornirgli il numero di telefono della parlamentare.

Non solo. Iacolino avrebbe anche girato alla deputata l’opportunità: alcuni posti di lavoro per un servizio di guardiania non armata in un cantiere nel Messinese.

Una proposta che, nelle carte, assume un significato preciso: non semplice intermediazione, ma parte di un sistema di relazioni e scambi.

 

La chat con il boss

 

Il 22 luglio 2025 scatta la conversazione WhatsApp tra Vetro e la deputata. È il boss a scrivere per primo:

“Ho chiesto al nostro amico la disponibilità di quattro persone per farle lavorare”.

Il “nostro amico” sarebbe proprio Iacolino.

Il giorno dopo, secondo quanto emerge, è la stessa Grasso a contattare Vetro per avere informazioni più dettagliate sul lavoro. A quel punto invia cinque nominativi, accompagnati da un curriculum.

Un passaggio che gli inquirenti considerano significativo: non un contatto occasionale, ma una interlocuzione diretta e operativa.

 

Le assunzioni mai arrivate

 

Alla fine, però, le assunzioni non si concretizzano. Non è chiaro il motivo.

Vetro comunica alla deputata che l’opportunità è sfumata. E lo fa con una formula che nelle carte ritorna spesso: “Resto a disposizione”.

Una frase che, nel contesto dell’indagine, non è neutra. È il linguaggio di una relazione stabile, non di un contatto isolato.

 

Il sistema delle relazioni

 

Quello che emerge non è tanto un singolo episodio, ma un metodo.

Secondo la Procura, Vetro si muoveva con disinvoltura tra imprenditoria, pubblica amministrazione e politica, offrendo opportunità – posti di lavoro, contatti, mediazioni – e costruendo una rete di rapporti che gli consentiva di entrare nei gangli dell’economia pubblica.

La politica, in questo schema, diventa uno dei livelli di intermediazione.

Il caso Grasso, per gli investigatori, è esemplare: una figura istituzionale di primo piano, impegnata ufficialmente nella lotta alla mafia, che si ritrova a dialogare direttamente con un soggetto indicato come uomo d’onore.

 

Il nodo politico

 

Al di là delle responsabilità penali, che saranno accertate nel corso del procedimento, la vicenda apre un problema politico evidente.

Perché qui non si parla solo di un imprenditore che offre lavoro. Si parla di un sistema in cui l’offerta di posti diventa strumento di relazione tra mafia e istituzioni.

E il fatto che questo meccanismo arrivi fino alla vicepresidente della Commissione Antimafia regionale pone una domanda inevitabile: quanto sono davvero impermeabili le istituzioni a queste dinamiche?

 

Una storia che pesa più dei nomi

 

Alla fine, la storia dei cinque nomi e del curriculum mai utilizzato resta sospesa. Non ci sono assunzioni, non c’è un risultato concreto.

Ma c’è qualcosa di più rilevante: il percorso di quei nomi, il viaggio di quel messaggio, la naturalezza con cui si passa da un ufficio pubblico a una chat con un soggetto ritenuto mafioso.

È lì che l’inchiesta della Procura di Palermo trova il suo punto più delicato.

Non nei fatti conclusi, ma nelle relazioni che li rendono possibili.