L’isola, da sempre considerata un granaio elettorale della coalizione, si è ribellata. È andata a votare. E ha detto No.
Non un No tiepido, non un risultato incerto. Ma un rifiuto netto, più marcato rispetto alla media nazionale. In Sicilia il fronte del No supera il 60%, mentre in Italia si ferma attorno al 54%. Un divario che pesa, e che racconta qualcosa che va oltre il merito della riforma.
È un segnale politico.
Certo, l’affluenza si è fermata poco sopra il 46%, tra le più basse d’Italia. Ma proprio questo rende il dato ancora più interessante: meno partecipazione, ma un orientamento chiarissimo. Chi è andato a votare, in Sicilia, ha scelto in maniera netta di bocciare la riforma.
E lo ha fatto anche nei luoghi simbolo del consenso del centrodestra.
A Palermo il risultato è clamoroso. Il No raggiunge il 68,93%, quasi 15 punti in più rispetto alla media nazionale. Nel capoluogo hanno votato circa 243 mila persone, e il Sì si ferma poco sopra il 31%. Numeri che raccontano una bocciatura senza appello.
Non a caso, in piazza Politeama, centinaia di persone si sono radunate per festeggiare. Militanti del Pd, della Cgil, dell’Anpi, del Movimento 5 Stelle, ma anche semplici cittadini. Un passaparola sui social, e il cuore della città si è riempito.
Per molti, quel dato è tutt’altro che tecnico.
«È un chiaro avviso di sfratto all’amministrazione Lagalla», dice Ismaele La Vardera. Un’interpretazione che trasforma il referendum in qualcosa di più: una prova generale di consenso.
Durante la campagna, del resto, i segnali non erano mancati. La deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi, da Palermo, aveva lanciato un messaggio agli alleati: «Chi non c’è oggi non ci troverà al suo fianco domani». Parole che oggi suonano ancora più pesanti.
Sul fronte opposto, la vittoria del No viene rivendicata come una difesa della Costituzione.
«La Costituzione è salva», dice la deputata regionale trapanese del Movimento 5 Stelle Cristina Ciminnisi. «I siciliani hanno mandato un messaggio forte e chiaro al centrodestra».
Un messaggio che, secondo il capogruppo M5S all’Ars Antonio De Luca, non può essere ignorato: «È una bocciatura politica. Schifani non può far finta di nulla».
Dalla piazza arrivano parole ancora più nette. Il presidente del tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini parla di «una vittoria della democrazia», mentre il magistrato Nino Di Matteo sottolinea come «la risposta sia stata netta», frutto anche della partecipazione dei giovani.
Di tutt’altro tono le reazioni nel centrodestra. «Il popolo è sovrano e va rispettato», dice la senatrice di Forza Italia Daniela Ternullo, che però parla apertamente di «occasione persa» per riformare la giustizia.
Eppure, proprio in Sicilia, quella riforma non è passata. Anzi, è stata respinta con più forza che altrove.
Il punto, allora, è politico. Perché se è vero che il referendum era nazionale, è altrettanto vero che il voto siciliano assume un significato particolare.
Qui governa il centrodestra. Qui Meloni e Schifani hanno costruito consenso. E qui, oggi, arriva un segnale diverso.
Un segnale che parla di distanza. Di sfiducia. Di un elettorato che, almeno su questo tema, non ha seguito le indicazioni della maggioranza.
Uno schiaffo, appunto. Che la politica, adesso, dovrà decidere se ascoltare.
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