Pizzolungo, 2 aprile 1985: una strage che chiede ancora memoria
C’è una linea sottile, quasi invisibile, che attraversa la storia trapanese: è quella che separa l’attentato dalla strage, la verità storica da quella giudiziaria.
La strage di Pizzolungo sta esattamente su quella linea. Non è solo un fatto di cronaca mafiosa, non è solo un attentato “fallito”: è un punto di frattura, un luogo in cui lo Stato, la società e la coscienza collettiva si sono guardati e spesso voltati dall’altra parte.
Una strage “consapevole”
La mattina del 2 aprile 1985, alle 8:35, lungo la strada che da Bonagia porta a Trapani, un’autobomba attende il passaggio del sostituto procuratore Carlo Palermo. È un attentato preparato con cura, dentro una strategia che non è locale ma internazionale, fatta di traffici di droga, armi, relazioni che collegano Trapani a Trento, al Medio Oriente, all’Est Europa.
Uccidere Carlo Palermo sarebbe stato facilissimo anche senza compiere una strage: viveva in una villetta abbastanza isolata, poteva esser ucciso con una sparatoria. Eppure Cosa Nostra ha deciso di fare una strage con un’autobomba, uccidendo civili innocenti: dunque non era solo un attentato contro un nemico, era un segnale, un’intimidazione che doveva rimanere. Uno dei tanti emessi durante la stagione stragista.
La strage di Pizzolungo si colloca in una fase molto delicata per Cosa Nostra, subito dopo le collaborazioni con la giustizia di Buscetta e Contorno. È un momento in cui l’organizzazione mafiosa inizia a mostrare segni di cedimento, anche a causa delle oltre 400 ordinanze di custodia cautelare emesse grazie alle rivelazioni di Buscetta.
È proprio in questo contesto che Riina comincia a percepire i pentiti come una minaccia concreta e crescente. Il timore è che le collaborazioni possano estendersi e diventare un fenomeno diffuso, come poi avverrà negli anni ’90.
Anche l’attentato fu per certi versi facile. Carlo Palermo percorreva ogni giorno sempre la stessa strada con la Fiat 132: quel tratto di provinciale bellissimo e panoramico, costeggiato dal mare. Bastava solo prendere nota dei suoi movimenti e delle sue abitudini. E poi individuare un posto che non fosse troppo lontano, da dove sarebbe bastato un binocolo ben piazzato per individuare anche i segni delle frenate sull’asfalto.
Quattro minuti, un binocolo, pochi metri: la distanza tra l’attentato e la strage.
Ma tra il bersaglio e la bomba si inserisce un’altra vita. È quella di Barbara Rizzo, trent’anni, che sta accompagnando a scuola i figli gemelli, Giuseppe e Salvatore. Un sorpasso, un attimo, e la sua Volkswagen Scirocco si trova tra l’autobomba e l’auto blindata del giudice. Chi preme il telecomando vede. Sa. E decide di far esplodere comunque. Non è un errore. È una scelta.
L’esplosione accartoccia le lamiere della Fiat di Carlo Palermo, polverizza l’auto di Barbara Rizzo, lacera i corpi: ci sono scarpette di bambino lanciate a centinaia di metri dall’esplosione, un’ombra di un corpo sul prospetto di una villetta. Tutto quello che resta di Giuseppe. O Salvatore. È una scena di guerra nel cuore di una mattina qualunque. E da quel momento, Pizzolungo entra nella storia delle stragi mafiose, ma senza mai davvero diventare memoria nazionale.

Resta nella memoria di tanti trapanesi, che sentirono quel boato a chilometri di distanza. Come se venisse dal ventre della terra. Dal ventre più molle dell’umanità corrotta.
Tanti processi, verità parziali, assoluzioni e condanne ricostruiranno i mandanti ai vertici di Cosa Nostra, da Totò Riina a Vincenzo Virga, fino a nuove responsabilità emerse decenni dopo. Ma il quadro resta incompleto, frammentato, segnato da zone d’ombra.
Le indagini: traffici globali e il laboratorio di Alcamo
La strage di Pizzolungo non nasce in un orizzonte locale. È l’effetto collaterale – tragico ma rivelatore – di un’indagine che aveva già superato i confini della provincia, della Sicilia, persino dell’Italia. Il lavoro del giudice Carlo Palermo aveva iniziato a disegnare una geografia criminale complessa: un sistema che univa traffici di droga e armi lungo rotte che partivano dal Medio Oriente, attraversavano l’Europa orientale e arrivavano fino al Nord Italia, per poi scendere a Trapani .
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In questa mappa, Trapani non era periferia ma snodo. Un mese dopo la strage, ad Alcamo, viene scoperto il più grande laboratorio di morfina base d’Europa. Non è una coincidenza, ma una conferma: la pista seguita da Palermo era corretta. Quel laboratorio era parte di un sistema industriale della droga, gestito da Cosa Nostra, che trasformava la Sicilia in un punto di raffinazione e smistamento internazionale .
E attorno a questo sistema si muoveva altro. Non solo mafia, ma relazioni opache tra imprenditoria, politica, apparati. L’anno successivo alla strage, l’inchiesta sul Centro Studi “Scontrino” svela una rete di logge massoniche coperte: un luogo in cui si incontrano funzionari pubblici, professionisti, mafiosi, uomini delle istituzioni. Non un contorno, ma un livello ulteriore del potere .
È in questa sovrapposizione – traffici internazionali, mafia, massoneria deviata – che Pizzolungo trova il suo vero contesto. L’attentato non è solo un’azione contro un magistrato: è un messaggio. Un’interruzione violenta di un’indagine che stava iniziando a vedere troppo.
La giustizia: i processi e una verità incompleta
Sono trascorsi quarantuno anni da quella mattina del 2 aprile 1985, e la storia giudiziaria della strage di Pizzolungo è rimasta aperta per tutto questo tempo, attraversando stagioni diverse della magistratura e dello Stato. Non è solo la durata a colpire, ma la forma: un percorso irregolare, fatto di certezze acquisite e subito dopo incrinate.
Per competenza, le indagini e i processi si sono svolti a Caltanissetta. È lì che si è giocata la lunga partita della verità.
All’inizio, la risposta giudiziaria sembra rapida. Gli autori materiali, i componenti del commando che azionò il telecomando, vengono individuati e arrestati. Arrivano le condanne in primo grado. Ma è una verità fragile. In appello e poi in Cassazione tutto si dissolve: assoluzioni definitive, sigillate dal principio del ne bis in idem. Quegli uomini - Pippo Calò, Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo e Filippo Melodia -non potranno mai più essere processati per quella strage.
Eppure, negli anni successivi, le indagini – anche su altri fatti della mafia trapanese – restituiranno un quadro diverso: quegli stessi soggetti, assolti in via definitiva, emergono come mafiosi a pieno titolo e come esecutori dell’attentato. Una verità storica che non può più diventare verità giudiziaria.
È qui che si apre la frattura più dolorosa: sapere senza poter giudicare.
Nei primi anni Duemila, la giustizia prova a risalire la catena di comando. Due distinti processi portano alla condanna all’ergastolo dei mandanti: da un lato Totò Riina e il trapanese Vincenzo Virga; dall’altro i palermitani Antonino Madonia e Baldassare Di Maggio. È un passaggio decisivo: la strage viene riconosciuta come decisione strategica dei vertici di Cosa Nostra . Ma anche questo non basta a chiudere il cerchio.
Un ulteriore processo porta alla sbarra un altro nome centrale della mafia palermitana: Vincenzo Galatolo, capo dell’Acquasanta.
A riaprire la vicenda è una voce interna alla stessa famiglia mafiosa: quella di Giovanna Galatolo, figlia del boss dell’Acquasanta Vincenzo Galatolo. La sua scelta rompe uno schema consolidato. Non è una collaboratrice di giustizia nel senso tradizionale: non è coinvolta direttamente nei fatti, non è parte dell’organizzazione. È una testimone. E soprattutto è una figlia.
Il suo racconto introduce un elemento nuovo: non la ricostruzione investigativa, ma la memoria familiare del potere mafioso. Parole ascoltate, confidenze, consapevolezze sedimentate negli anni. Un sapere domestico, per certi versi, che diventa prova processuale. Grazie alle sue dichiarazioni, emerge il ruolo del padre come mandante della strage. Non un dettaglio, ma un tassello che si aggiunge a una verità già fragile. Il processo si conclude con la condanna a trent’anni di reclusione, poi confermata in appello e resa definitiva .
Ma il valore di questa testimonianza va oltre l’esito giudiziario. Perché introduce una frattura dentro la logica stessa di Cosa Nostra: quella dell’appartenenza familiare. La mafia si fonda su legami di sangue, su trasmissioni silenziose, su fedeltà che non si spezzano. La scelta di Giovanna Galatolo è esattamente il contrario: è una discontinuità. E questa discontinuità ha un effetto anche sul piano della verità. Non completa il quadro, non colma tutte le lacune, ma cambia la prospettiva.
Dimostra che la verità può emergere anche da luoghi inattesi, da zone intime, da relazioni che la mafia considera intoccabili. Alla fine, la storia processuale di Pizzolungo resta segnata da un paradosso: molto è stato accertato, ma non tutto è stato compreso. E forse è proprio per questo che, a distanza di quarant’anni, continua a interrogare.Perché nel frattempo emergono altri elementi, altre connessioni.
Uno dei nomi che riaffiora è quello di Nino Melodia, alcamese, indicato come colui che avrebbe materialmente azionato il telecomando. Un uomo legato proprio a Galatolo, frequentatore di quella casa di vicolo Pipitone, a Palermo, che per gli investigatori rappresentava una vera e propria “sala operativa” di Cosa Nostra. È un luogo simbolico, quasi più di altri, perchè lì si pianificavano delitti e stragi della stagione più feroce degli anni Ottanta: dalla strage di via Pipitone Federico all’omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. È lì che si decideva, è da lì che si partiva, ed è lì che si tornava.
Dentro questo scenario, la strage di Pizzolungo perde ogni dimensione periferica: diventa parte di una strategia più ampia, inserita nella stagione delle “mattanze”, quando Cosa Nostra sceglieva la violenza eclatante come linguaggio politico.
E tuttavia, dopo decenni di processi, resta un dato che resiste a ogni ricostruzione: la verità non è completa.
Non lo è perché una parte degli esecutori è definitivamente fuori dal giudizio.
Non lo è perché molte ricostruzioni arrivano tardi, quando non possono più produrre effetti processuali.
Non lo è perché la giustizia, per sua natura, ha bisogno di prove che il tempo spesso consuma.
Così Pizzolungo resta sospesa tra due piani: una verità giudiziaria parziale e una verità storica più ampia, più inquietante. Ed è in questo scarto che continua a vivere.
Margherita Asta: la memoria che diventa voce
Dentro questa costruzione della memoria c’è una figura che negli anni ha assunto un ruolo centrale: Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime. Quel 2 aprile del 1985 aveva dieci anni e, solo per caso, non salì in macchina con la madre ed i fratellini. La sua non è una testimonianza, è una trasformazione. Da sopravvissuta a custode attiva della memoria, da dolore privato a responsabilità pubblica. Margherita Asta ha fatto qualcosa di raro: ha sottratto la strage alla retorica. L’ha riportata alla sua verità più semplice e più difficile da accettare: tre innocenti uccisi consapevolmente. Ha attraversato scuole, piazze, incontri, restituendo umanità ai nomi, impedendo che diventassero solo simboli. In un contesto come quello trapanese, dove la memoria è spesso intermittente, la sua voce è diventata continuità.
Trapani e la memoria che divide
Ed è qui che emerge la contraddizione più profonda. Quando a Trapani si decide di installare in piazza i resti dell’auto del giudice Palermo – trasformati in opera, in “Flowers 132” – la città si spacca. C’è chi protesta, chi parla di “bruttura”, chi chiede di spostare tutto altrove, lontano dagli occhi . Non è una polemica estetica. È una reazione culturale. Trapani, a differenza di altre città siciliane, ha sempre avuto un rapporto difficile con i propri martiri. Li ha nascosti, rimossi, dimenticati. La memoria, qui, non è mai stata neutra: è stata scomoda, divisiva, quasi pericolosa . E allora quell’installazione diventa qualcosa di più di un’opera: è un dispositivo che obbliga a guardare. A riconoscere. A non distogliere lo sguardo. Perché quel ferro contorto non è solo un relitto. È una domanda. A cui Trapani ancora oggi si rifiuta di rispondere.
La memoria come gesto collettivo: le iniziative del "Non ti scordar di me" 2026
Se la verità giudiziaria è rimasta incompleta, la memoria civile ha fatto il percorso opposto: si è allargata. Ogni anno dal 2008, a Erice, la manifestazione “Non ti scordar di me” trasforma il ricordo in presenza. Non è una celebrazione rituale, ma un attraversamento collettivo: studenti, cittadini, associazioni, familiari delle vittime. Un corteo che restituisce nomi e storie, che rompe il silenzio .
Il 2 aprile si conclude una settimana intensa di incontri ed iniziative con la cerimonia solenne davanti alla stele commemorativa all’ingresso del Parco della memoria, a Pizzolungo sul luogo della strage: un momento di raccoglimento e riflessione condivisa dall’intera comunità, che vede la partecipazione dei sindaci del territorio e delle autorità.

Un’edizione, quella del 2026, che ha confermato il valore educativo e civile del programma, coinvolgendo attivamente studenti, istituzioni e realtà del territorio attorno al tema scelto: “Il mandato è un patto, non un pretesto: chi tradisce la fiducia, nega la democrazia”.
Ad aprire il calendario è stato, il 24 marzo, il ripristino del murales dedicato a Mauro Rostagno nella piazza a lui intitolata. Un gesto simbolico che ha restituito alla città un segno concreto di memoria e impegno, reso ancora più significativo dalla partecipazione degli studenti degli istituti “Pascoli-De Stefano”, “Florio” e “Sciascia e Bufalino”, protagonisti con elaborati e riflessioni.
Il programma è poi proseguito il 27 marzo al Polo universitario di Trapani con la premiazione della decima edizione del concorso giornalistico dedicato a Santo Della Volpe. Gli studenti si sono confrontati sul tema delle morti violente nel Paese, tra lavoro e mafie, alla presenza di Lorenzo Frigerio, direttore di Libera Informazione.
Ma quest'anno si è voluto dare ampio spazio al teatro che, in questo contesto, non è stato un semplice ornamento, ma un vero e proprio metodo educativo. Uno strumento potente per riflettere su questioni sociali attuali e temi universali, capace di andare oltre il contesto formale delle aule di tribunale. Raccontare attraverso il teatro le storie di magistrati, vittime di mafia o casi giudiziari complessi consente infatti di avvicinare i cittadini, e in particolare i più giovani, ai valori della Costituzione e della giustizia.
Grande partecipazione con lo spettacolo “Turno di notte. Quando il lavoro uccide”, andato in scena il 30 marzo al Teatro Ariston di Trapani, frutto dei laboratori che hanno coinvolto gli studenti ericini.
Il 31 marzo ha rappresentato uno dei momenti più intensi e simbolici dell’intero programma: al mattino, all’auditorium della scuola Pagoto, la rappresentazione “Sangue Nostro”, tratta dal libro di Margherita Asta e Michela Gargiulo; in serata, all’Auditorium Santa Chiara, lo spettacolo dei pupi “Le ultime ore di Matteo Messina Denaro”.
Dal teatro simbolico del Teatro dei Pupi — con lo spettacolo sulle ultime ore di Matteo Messina Denaro — fino alla rigorosa ricostruzione processuale con il progetto "Conoscere per ricordare", che ha avuto luogo il 1 aprile nell'aula bunker della casa circondariale "P. Cerulli", a cura degli studenti delle scuole superiori di Trapani ed Erice, il filo conduttore dell’intero percorso è rimasto chiaro: educare alla legalità attraverso strumenti capaci di parlare alle coscienze.
“Non ti scordar di me” si conferma così non solo come un calendario di eventi, ma come un percorso collettivo di memoria attiva, capace di trasformare il ricordo in consapevolezza e responsabilità, soprattutto tra le nuove generazioni, rafforzando l’impegno del territorio nella difesa della legalità, della dignità e della libertà.
In una terra dove la memoria è stata spesso nascosta, questo gesto ha un valore politico prima ancora che simbolico. Perché ricordare, qui, significa esporsi. Significa scegliere da che parte stare. E significa, soprattutto, sottrarre la strage alla sua dimensione privata – il dolore di una famiglia – per restituirla alla sua dimensione pubblica: una ferita collettiva.
La strage di Pizzolungo non è un incidente della storia. È una scelta deliberata dentro una strategia mafiosa che parlava già allora il linguaggio delle stragi, della dimostrazione di forza, della violenza esemplare. Eppure, quarant’anni dopo, resta una delle meno raccontate, meno metabolizzate, più rimosse. Forse perché è più difficile da accettare. Perché non c’è eroismo che la renda sopportabile, né retorica che possa addolcirla. Solo una madre e due bambini uccisi mentre andavano a scuola. E allora la memoria – quella vera – non può essere consolatoria. Deve disturbare. Deve restare lì, come quell’auto in piazza, come una ferita aperta. Perché, in fondo, Pizzolungo continua a dirci una cosa semplice: non è il passato che manca. È il coraggio di guardarlo.
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