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08/04/2026 18:29:00

La barca a vela di trapani "Safira" ha salvato 71 persone

71 naufraghi soccorsi dalla barca a vela trapanese "Safira", della ong Mediterranea Saving Humans.

L'imbarcazione in vetroresina era sovraccarica di persone e stava per schiantarsi contro la costa, a poche centinaia di metri da Cala Levante a Lampedusa. 

 

 

L’allarme è scattato mentre l’equipaggio di "Safira" era pronto a lasciare l’isola per fare rientro a Trapani dopo un mese di monitoraggio nel Mediterraneo centrale. L'imbarcazione intercettata dalla ONG era carica oltre ogni limite:  bordo, uomini, 4 donne e diversi minori, provenienti in gran parte da Eritrea, Etiopia e altri Paesi dell’Africa subsahariana.

L’intervento è stato immediato: distribuzione di giubbotti salvagente, messa in sicurezza delle persone e contatto con la Guardia Costiera. Poco dopo sono giunte due motovedette Frontex, con equipaggi svedesi e rumeni, che hanno completato il trasferimento dei naufraghi verso il porto di Lampedusa. Tutti risultano in buone condizioni. 

 

 

Porti sicuri e porti lontani: gli estremi del salvataggio in mare

 

Il salvataggio si è concluso con lo sbarco al molo Favarolo: da lì, i migranti sono stati trasferiti all’hotspot di contrada Imbriacola per le procedure di identificazione e assistenza sanitaria. 

Come ha dichiarato la capomissione Sheila Melosu, “sono finalmente approdati in un porto sicuro” dopo un viaggio segnato da pericoli estremi. 

Una formula che racchiude il senso di queste operazioni: salvare vite e garantire un primo approdo dignitoso.

 

Il concetto di “porto sicuro” resta centrale nel diritto marittimo internazionale: non è soltanto un luogo fisico, ma uno spazio in cui la vita e i diritti delle persone sono garantiti. 

Per chi arriva dopo aver attraversato la Libia, un inferno fatto di violenze e detenzioni, o la Tunisia - dove la crisi alimentare ed economica si sovrappone alle violenze del governo di Saied contro le popolazioni subsahariane presenti nel paese - e dopo aver rischiato la vita nel Mediterraneo, per le condizioni del mare o per le milizie libiche,  il raggiungimento di Lampedusa rappresenta la fine di un rischio immediato, ma non la conclusione del percorso migratorio.

 

L'antitesi del "porto sicuro" è il "porto lontano", la cui prassi è esplicitata nel decreto Piantedosi che impone alle navi delle Ong che trasportano rifugiati e migranti soccorsi in mare di far sbarcare le persone nei porti dell’Italia centrale e settentrionale, compreso il Mar Adriatico: porti particolarmente distanti dalle posizioni in cui generalmente vengono effettuati i salvataggi. Una scelta che allunga i tempi operativi e limita la presenza delle navi nelle zone dove avvengono i salvataggi.

 

Di fatto, visto che i salvataggi avvengono, per la maggior parte, nel Canale di Sicilia, il "porto sicuro" è sempre e solo la Sicilia. Vi è un ulteriore principio che vige nel diritto del mare: le ong, nel momento in cui procedono al salvataggio, anche in base alle condizioni meteo avverse, possono, a prescindere dai divieti, possono entrare nel nostro mare territoriale e possono considerare la Sicilia come 'porto sicuro.  

 

Sbarchi e morti: Lampedusa al centro della crisi

 

Nelle ultime ore, altri 163 persone sono giunte a Lampedusa su sei diverse imbarcazioni, partite dalla Libia e dalla Tunisia. Dopo un primo triage sanitario, sono stati condotti nell’hotspot dell’isola, che conta attualmente circa 180 presenze.

Ma il dato più drammatico arriva dal bilancio complessivo delle vittime. 

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni segnala oltre 180 morti o dispersi nel Mediterraneo nella sola settimana di Pasqua. 

Dall’inizio del 2026, la conta delle vittime è salita a circa 990: uno dei numeri più alti registrati negli ultimi anni.

 

Il ruolo delle navi soccorso

 

Nel Mediterraneo centrale, le navi di ricerca e soccorso rappresentano una presenza decisiva: salvano vite e rendono visibile una tragedia che altrimenti resterebbe spesso senza testimoni.

 

Le persone continuano a partire non perché esistano le ONG, ma perché non esistono alternative reali. Senza documenti, visti o canali legali, il mare resta per molti l’unica via possibile.

I dati mostrano che la maggior parte degli arrivi avviene in autonomia o attraverso altri soccorsi: le navi umanitarie intervengono su una parte limitata del fenomeno, ma in quella parte fanno la differenza tra la vita e la morte. 

Fonti ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) dicono che quasi 9 migranti su 10 raggiungono le coste italiane senza l’aiuto delle imbarcazioni delle ONG e, quindi, anche senza ONG in mare queste persone sarebbero arrivate lo stesso in Italia.

 

Il punto, quindi, non è se le ONG “attraggano” le partenze - l’unico vero pull factor è la presenza dell’Europa a poche miglia dalla costa africana - ma cosa accade quando non ci sono: meno soccorsi, più naufragi fantasma, più vittime.

In assenza di politiche strutturali e di vie legali, il loro ruolo resta quello di un presidio essenziale. 

Non risolvono e non alimentano il fenomeno migratorio, ma ne limitano la conseguenza più estrema: la perdita di vite umane in un mare che si va trasformando in un confine mortale.