«Guardi, chiami pure i carabinieri, a me non frega proprio nulla».
Quello che stiamo per fare è un resoconto di quattro ore passate in Pronto Soccorso a Castelvetrano, in una giornata qualunque. E – sì – potrebbe forse essere il resoconto di quattro ore passate in qualsiasi Pronto Soccorso d'Italia, o del mondo. Ma è vero però che questo resoconto somiglia fin troppo agli altri che ci sono giunti all’orecchio di recente – alcune delle quali sono state raccontate anche qui, come la storia di Giovanni Cusumano e della sua odissea con un’emergenza pediatrica. Questa volta, però, il punto di vista è – per così dire – privilegiato. Perché chi scrive ha assistito con i propri occhi a queste scene. E questo è ciò che ne ha tratto.
Chiameremo il protagonista di questa storia A., per tutelarne la privacy. In un martedì mattino che, per un Pronto Soccorso, potrebbe dirsi persino tranquillo, considerando una sala d’attesa praticamente vuota, A. arriva al Triage trasportato in ambulanza. È un paziente di oltre sessant’anni, accusa forti dolori nella zona lombare, non riesce a camminare né tantomeno a stare in piedi, i familiari sospettano un’ernia. Da lì a poco sparirà dietro la grande porta scorrevole automatica e nessuno, in sala d’attesa, lo rivedrà per diverse ore.
L’unico punto di contatto tra A. e il mondo fuori è un telefono. A. chiama la moglie che intanto attende al di là del muro, e dice che il dolore è fortissimo. Che nessuno risponde alle sue richieste di aiuto, che è seduto su una sedia – una sedia da cui da solo non si può alzare –, in fondo a una stanza (l’OBI, si saprà dopo, la stanza dedicata all’Osservazione Breve Intensiva) tra pazienti sedati, e che si sente svenire. E grida, al telefono, per il forte dolore.
Qualcuno tra i familiari, violando le regole, come preciseranno poi gli operatori del Pronto Soccorso, è riuscito a superare la porta scorrevole automatica per portare una bottiglia d’acqua comprata lì. Un infermiere alza subito la voce, dalla sala d’attesa lo si sente bene. «È indegno che la gente passeggi nei corridoi di un Pronto Soccorso» urla. Intanto però A. grida ancora per il dolore, racconterà la moglie poi. E nessuno, nelle prime due ore della sua permanenza lì, è riuscito ancora a dargli un minimo di sollievo.
Forse tutta una questione di codici
Quello che ai familiari viene detto è che A. è finito – per qualche motivo – in codice bianco. Sì, per qualche motivo, perché il regolamento sui codici del Pronto Soccorso, aggiornato in Sicilia giusto pochi mesi fa, riconosce cinque codici (rosso, arancione, azzurro, verde e bianco) e fa rientrare nel codice azzurro i casi in cui il paziente è “in uno stato di sofferenza”. In questo stato di sofferenza c’è anche il dolore acuto (come per esempio si legge qui).
Va detto – a questo proposito – che la gestione del dolore acuto in Pronto Soccorso risulta essere, a oggi, uno dei temi più dibattuti. Ricerche accademiche segnalano che circa il 70% degli accessi in PS riguarda proprio il dolore acuto, ma che solo il 30% di queste emergenze riceve una risposta tempestiva – a meno che non si tratti di dolore toracico associabile a un problema cardiaco. Sta comunque agli infermieri attribuire un livello di gravità al dolore, e quindi una priorità di accesso all’assistenza.
Nel caso di A., accettato in codice bianco e tenuto così per le quattro ore successive, la priorità è pressoché pari a zero. E la presenza di due pazienti registrati – a detta degli operatori – in codice rosso, rende di fatto impossibile ricevere alcuna assistenza in tempi umani. Succede così che A. resta da solo, immobile, perché incapace di muoversi, all’OBI. A ogni telefonata si sentono ancora le grida di dolore e, ormai, pure i pianti di A., e dei familiari lasciati senza risposte e impotenti.
La tensione, il nervosismo, le minacce
Succede, però, anche un’altra cosa – ed è una di quelle situazioni da evitare, ma talvolta inevitabili, quando ci si sente abbandonati a sé stessi. Qualcuno dei familiari alza la voce.
E la scena procede così – vista da fuori, vista da dentro, vista da uno spiraglio della porta scorrevole automatica: qualcuno dei familiari alza la voce, dopo quattro ore, e pretende che il personale aiuti A. O che, perlomeno, dia una risposta o una direzione. «Se non lo potete aiutare, ce ne andiamo, ma almeno diteci qualcosa», solo che le risposte sono soltanto alzate di spalle o porte chiuse in faccia.
Viene allora tirata fuori la parola disumanità. «È disumano quello che state facendo». E lì la tensione sale ancora. Qualcuno, in abiti civili, senza camice né altro, per cui non è chiaro chi sia né perché si trovi lì, esce fuori da una delle sale e si lancia con toni aggressivi contro i familiari di A., colpevoli di aver «disturbato la quiete» e «di aver impedito ai medici di lavorare».
Non riporteremo di questo, breve ma pesante, scontro alcun virgolettato. Se non uno, quello che è già in apertura di questo articolo: «Guardi, chiami pure i carabinieri, a me non frega proprio nulla», frase pronunciata da chi avrebbe dovuto – forse – dare parole di conforto, in un momento tanto delicato.
Come si arriva fino a tanto in un ospedale?
Secondo una recente indagine dell’Assessorato Regionale alla Salute, rielaborata dal sindacato Cimo-Fesmed, nei Pronto Soccorso della Sicilia manca il 41% dei medici. Nella provincia di Trapani, l’ammanco sale al 49%; nei PS sarebbe attualmente in servizio la metà dei medici che dovrebbe esserci. Ed è evidente come la carenza di personale incida poi sul carico di stress di chi lavora tra le corsie, che arriva spesso a una condizione di burn out.
La conseguenza è un circolo vizioso da cui difficilmente si esce. Medici e infermieri sotto pressione rendono meno attrattive le strutture ospedaliere locali, da cui i professionisti della sanità fuggono, sempre che decidano di entrarci, al punto che – oggi – il futuro della sanità pubblica, in Sicilia e non solo, è incerto, per non dire a rischio.
Le risposte della politica, però, sono deboli. Mentre il M5S lancia un portale di segnalazioni («Perché pazienti e personale sanitario si sentono abbandonati e bisogna dare voce a chi vive ogni giorno le difficoltà della sanità siciliana») e il governo Schifani investe nell’intelligenza artificiale applicata alla salute, la regione scivola al terzultimo posto per qualità del sistema sanitario, bocciata pure dal Ministero della Salute.
Si può comunque scegliere di restare umani
Cosa si può fare di fronte al dolore fisico non sta a noi dirlo. Esistono già da diversi anni delle linee guida nazionali sulla gestione del dolore in emergenza – che, per altro, evidenziano anche disparità di etnia e di genere nel trattamento del dolore. Ma non può essere un giornale a stabilire se queste vengano applicate adeguatamente nei Pronto Soccorso locali.
Quello che possiamo dire, invece, è che bisognerebbe aggrapparci – per evitare di finire giù lungo la traiettoria del declino – almeno a questo: alla nostra umanità. Che è legata, a pensarci bene, al nostro senso di giustizia e di solidarietà. Perché sono queste due cose che dovrebbero farci capire quando una situazione è delicata, in particolare se persiste un dolore fisico acuto che non dà tregua e che disconosce la forza della ragione.
Alla fine A. ha lasciato il Pronto Soccorso con i suoi familiari. Non è stato ufficialmente dimesso; con l’aiuto di un volontario è stato caricato su un’automobile che l’avrebbe riaccompagnato a casa. Pur avendo ancora un forte dolore, pur non riuscendo ancora a camminare. Con tutta probabilità si rivolgerà a uno specialista privato per trovare una soluzione immediata al suo stato di sofferenza. E poi chissà.
Storie come queste risultano essere più comuni di quanto si immagini. Tanto che, purtroppo, non fanno più molta notizia. Eppure, ogni volta che le facciamo suonare come normali, di fatto acceleriamo la nostra corsa lungo quella traiettoria del declino – che già ci ha portato fino a qui, e potrebbe farci scendere ancora più giù.
Daria Costanzo