Egregio Direttore di Tp24,
qualche mese fa lessi sul suo giornale che le epigrafi collocate tra le basole di Piazza Mameli (Porta Garibaldi) contenevano degli errori che sarebbero stati corretti dopo opportune verifiche. Ma passando da quella piazza, ho dovuto constatare con mia grande sorpresa che ancora oggi tutte e quattro le lapidi con le iscrizioni errate sono al loro posto. Collocare delle lapidi celebrative sul pavimento di una piazza potrebbe essere una buona idea, ma bisogna aver chiaro che messaggio si vuol trasmettere e soprattutto bisogna trovare le frasi giuste e trascriverle correttamente. Vediamo in dettaglio le quattro iscrizioni.
La prima lapide contiene due frasi di Giuseppe Garibaldi, sicuramente pertinenti giacché al nome dell’eroe dell’unificazione italiana è intitolata la porta, ma i due passi, tratti da contesti diversi, sono lì accomunati come se fossero un’unica frase. Non sarebbe stato più corretto staccarle lasciando uno spazio fra l’una e l’altra?
Ma passiamo sopra questa sottigliezza e andiamo alle altre lapidi. Le altre tre iscrizioni, che celebrano Lilibeo, non sono proprio pertinenti, giacché collocate in quel contesto possono generare l’idea, assolutamente errata, che quella fosse una porta dell’antica città punica di Lilibeo. Ma un tale rigore storico, che può apparire eccessivo, passa in secondo piano rispetto ai clamorosi errori che in esse sono contenuti. Cominciamo dalla prima iscrizione che si incontra venendo da via Vespri.
È un passo delle Metamorfosi di Ovidio, nel quale il poeta latino designa artisticamente i tre promontori della Sicilia: Pachino è rivolto ad austro (sud), Lilibeo è esposto ai dolci zefiri (ovest), Peloro guarda le Orse (nord). Il passo estrapolato e inciso nella pavimentazione, “mollibus expositum zephyris Lilybaeon, ad Arcton”, tradotto in italiano significa “Lilibeo esposto ai dolci zefiri, alle Orse” e lascia in sospeso il discorso che così continua “che mai s'immergono nel mare e verso Borea guarda Peloro”. Le parole riportate contengono la descrizione di Lilibeo e l’inizio (ad Arctos e non Arcton) della descrizione di capo Peloro: ad Arctos (alle Orse, a Settentrione) si riferisce a capo Peloro e non a Lilibeo e pertanto è fuori contesto.
Nella seconda lapide latina si legge un passo attribuito a Diodoro (Siculo?): “ex eo bibentes statim vaticinari videntur”, che in italiano significa “dal quale coloro che bevono sembrano subito prevedere il futuro”. In primo luogo va detto che il passo non è di Diodoro, il quale, tra l’altro, se, come presumo, è il Siculo, ha scritto in greco, ma del frate domenicano Tommaso Fazello, vissuto nel XVI secolo. In secondo luogo così decontestualizzato il passo risulta incomprensibile: “dal quale” cosa? Per renderne comprensibile il significato bisognava riportare tutto il lungo passo di Fazello (cosa impossibile da fare in una iscrizione lapidaria), oppure inserire, entro parentesi quadre, il sostantivo a cui fa riferimento il pronome “quale”, ovvero “puteo”, pozzo. Il passo avrebbe avuto il significato: “coloro i quali bevono dal quello [pozzo] sembrano immediatamente prevedere il futuro”. Con questa integrazione il significato del passo diventa chiaro: è un riferimento al pozzo della Sibilla. Ma non sarebbe stato meglio riportare il più chiaro passo di Giulio Solino, inventore della Sibilla lilibetana, il quale dice che la città di Lilibeo è onorata dal sepolcro della Sibilla?
Infine la quarta lapide riporta un passo tratto dalla Sicilia antiqua dello storico tedesco Philipp Clüver, che visitò Marsala nei primi anni del XVII secolo. “Hodie in minis Lilybaei exstructa extat urbs inter primas Siciliae celebris vulgo Marsala”. La traduzione italiana del passo così suona: “Oggi nelle minacce di Lilibeo sta costruita una città celebre tra le prime della Sicilia, comunemente chiamata Marsala”. In realtà Cluverio dice che sulle rovine (ruinis in latino, non minis) di quella (Lilibeo) oggi sorge una città etc. Ma volendo celebrare Lilibeo, perché non riportare la più nota frase di Cicerone: splendidissima civitas Lilybitana?
Non conoscere il latino non è una colpa, milioni di persone lo sconoscono, ma non si può usare una lingua che non si conosce. E gli amministratori locali che si avvalgono di esperti e collaboratori esterni ben retribuiti, che dispongono di una governance e della collaborazione di una giunta young, formata (si presume) da persone fresche di studi, non sono riusciti a trovare qualcuno che conosce il latino e che possa aiutarli ad evitare brutte figure? Non si può esporre la città al ridicolo, sperando che tutti, cittadini e forestieri, siano ignoranti.
Giovanni Alagna