La seduta del Consiglio comunale di Trapani del 18 febbraio scorso ha visto la presenza di una figura molto importante e del tutto nuova nell’aula consiliare di Palazzo Cavarretta: un interprete della Lingua Italiana dei Segni (LIS), che ha reso fruibili i contenuti dei lavori anche alle persone sorde presenti o collegate in streaming.
L’interpretariato LIS può essere considerato un vero e proprio strumento di inclusione, perché consente a sordi e udenti di comunicare. Ad oggi sono pochi gli udenti che studiano la LIS; di conseguenza, quando una persona sorda e una udente devono interagire, è necessario l’intervento di un interprete.
Per comprendere la dimensione e la portata di un servizio che dovrebbe essere percepito e garantito come essenziale, è importante utilizzare sempre le parole corrette, perché influenzano il nostro modo di leggere la realtà.
Una persona che non sente si chiama sorda. Definirla “non udente” suggerisce implicitamente che le manchi qualcosa rispetto agli altri. La sordità è una caratteristica, come il caffè amaro: non si dice certo che è “non dolce”.
Quando si parla di LIS non si fa riferimento al “linguaggio dei sordomuti” – espressione impropria e superata – né a un semplice servizio di traduzione, ma a un vero e proprio interpretariato.
La comunità sorda in Italia è una comunità linguistica e culturale che condivide una lingua, una cultura e un’identità proprie e che, attraverso la lingua dei segni, ha sempre rivendicato il diritto alla comunicazione e al riconoscimento della propria specificità. La LIS è stata riconosciuta ufficialmente in Italia solo nel 2021, nonostante il Governo avesse già ratificato nel 2009 la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
Si tratta di una lingua visuo-gestuale: a differenza delle lingue parlate, che si basano su suoni e parole, la LIS si esprime attraverso movimenti delle mani, del corpo e delle espressioni facciali.
La grammatica e la sintassi sono diverse da quelle delle lingue vocali: ad esempio, il tempo e l’accordo possono essere espressi attraverso l’uso dello spazio e del movimento; il lessico è spesso iconico, cioè i segni rappresentano visivamente il concetto che esprimono. Esistono tuttavia anche segni convenzionali e arbitrari, come accade in tutte le lingue.
Ora immaginate, per un momento, di essere sordi e di dover andare all’ufficio anagrafe per rinnovare la carta d’identità.
La scrittura e l’innata mimica tipica dei siciliani aiuterebbero sicuramente a farsi comprendere dall’impiegato o dall’impiegata. E anche voi potreste comprenderlo o comprenderla, purché vi parli frontalmente per consentire la lettura labiale. Sperando, naturalmente, che scandisca bene le parole.
Ma cosa accade se l’impiegato si gira mentre vi sta fornendo un’informazione importante?
Riconoscere e promuovere la LIS significa abbattere le barriere comunicative, garantire un accesso equo all’istruzione, al lavoro e ai servizi pubblici e valorizzare una comunità che contribuisce in modo significativo alla diversità culturale del Paese.
È in quest’ottica che il Comitato dei sindaci, nell’ambito del Fondo per la lotta alla povertà, ha richiesto un finanziamento ministeriale per garantire la presenza di un interprete LIS presso sportelli di assistenza e servizi alla cittadinanza: uno presso il PUA dell’ASP e uno all’interno degli uffici comunali del Distretto socio-sanitario D50.
Il Comune di Trapani, in qualità di capofila del D50 – su sollecitazione della I Commissione presieduta dalla consigliera di maggioranza Claudia La Barbera – cercherà inoltre di assicurare la presenza di interpreti LIS durante i consigli comunali straordinari e aperti e in quelli in cui si affronteranno atti di pertinenza del D50 o di rilevanza strategica, come variazioni di bilancio o urbanistiche.
Il servizio di interpretariato non può essere “su richiesta” né limitato a un part time: chi vive una condizione di disabilità deve avere garantito l’accesso ai servizi e una quotidianità quanto più fluida possibile. In architettura questo principio è espresso dal concetto di “universal design”: una filosofia progettuale che concepisce prodotti, strutture, programmi e servizi utilizzabili da tutte le persone, nella misura più ampia possibile, senza bisogno di adattamenti o soluzioni speciali. Oggi questo approccio si estende anche ai campi dell’istruzione, dei servizi, dello sport, del turismo e della tecnologia.
Raggiungere una piena integrazione sociale delle persone con disabilità richiede un cambio di paradigma: passare dall’integrazione all’inclusione, trasformando l’ambiente per accogliere tutti e riconoscendo la diversità come una risorsa, non come un problema individuale.
L’inclusione non è un favore, né un gesto simbolico da esibire nelle occasioni solenni. È un dovere istituzionale e una misura concreta di civiltà.
Una città davvero moderna non si limita ad accogliere chi riesce ad adattarsi: si trasforma per essere accessibile a tutti. Perché l’inclusione non è una concessione, ma una scelta politica.
E rimandarla significa, semplicemente, scegliere di lasciare qualcuno fuori.