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20/10/2025 06:00:00

Cara Ministra, ecco la nostra "gita" ad Auschwitz

L’ingresso di Auschwitz è una specie di porta spazio temporale di cui fai appena in tempo a leggere l’iscrizione – “arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi – che già sei altrove.

 

E non è una questione di rivedere le scene di tanti film - dove il bianco e nero rende perfettamente non tanto la storicità dell’ambientazione, quanto le ombre e le luci che colorano la nostra etica – è piuttosto qualcosa che ha a che vedere con l’anima, con la zona d’interesse che impegna la coscienza, che pone domande, alimenta dubbi, decostruisce certezze che, fino ad un attimo prima, si ritenevano inoppugnabili.

Invece, ad Auschwitz basta un soffio di vento a scuotere una betulla per fare cadere tutta l’impalcatura. Anche la più solida.

 


 

Quando varchi quel portone e vedi davanti a te le strade dall’impianto ippodameo, gli edifici ordinati in mattoni grigi, il silenzio irreale tra migliaia di visitatori. E i filari di betulle, i cumuli bianchissimi di neve e la quiete. La quiete in quel luogo che era una babele di lingue, di urla e latrati, di fumi e spari e percosse, di pianti e singhiozzi e lacrime, di fetore di patate marce e sangue rappreso e urina e feci. La quiete di una testa rasata, di una penna che incide il braccio di acqua che scende da una doccia invece del gas. La quiete di una notte con troppe stelle e senza abbracci di amanti.


Subisci immediatamente gli effetti di quel non - luogo e dubiti.

Dubiti che gli orrori raccontati dai sopravvissuti, dalle immagini di repertorio, dalle migliaia di fotografie possano essere realmente accaduti.

Dubiti che i nazisti effettuassero degli esperimenti che riducevano le teste degli internati rom decapitati a souvenir di poco più di 30 cm.

Dubiti delle esecuzioni di massa, degli appelli, dei pogrom e dei rastrellamenti.

Dubiti delle forche e delle prigioni dentro la prigione.

Dubiti persino del fatto di essere là, perché una tale perfezione architettonica rende di conseguenza implicito che quel posto sia stato pensato, pianificato e costruito –  nella sua fisicità di immane manufatto – attraverso un progetto, perché ciò implica innanzitutto il problema della responsabilità. 

Ad Auschwitz e a Birkenau si stravolge persino il senso di architettura, che qui ha infranto il suo intrinseco legame con civiltà e società, facendo della desertificazione il primo termine della relazione tra vita umana e ambiente.


 

Poi entri dentro i block e ti trovi davanti a 7 tonnellate di capelli. Quanto pesa un capello? Non lo so. 

Ti trovi davanti a migliaia di finissime montature di occhiali, di protesi, di valigie con nomi “Isaac Levi, Paris, France”

Di camicie, mutande, vestiti, di seta o di garza, che portarono cuciti negli orli gioielli di famiglia, diamanti, monete per barattare scampoli di vita che, forse, non avrebbe avuto nemmeno più senso vivere. 

Pentole, gamelle, vasi, oggetti che raccontano di vite casalinghe, di cucine profumate dal pane azimo di shabbat, goulash e lànghos, di spaghetti al sugo e formaggi francesi. 

Scarpe di bambini, di tutte le misure, e ti ritrovi a cercare quella di tua figlia che gioca ignara in hotel. 


 

Le 40mila foto scattate da Wilhelm Brasse, il fotografo di Auschwitz, allineate nei blocchi della morte che conducono alle prigioni, foto 'rubate' di famiglie che scendono dal treno e si avviano increduli dalla Juden rampe di Birkenau verso Auschwitz I, foto di uomini, donne e bambini rasati, coi volti tumefatti, dagli occhi increduli e terrorizzati. 

I disegni dei bambini sui muri: cosa disegna un bambino in un campo di sterminio? Impiccagioni, fucilazioni, morti trascinati.

Le camere a gas, su una delle quali si affacciava la ridente dimora del capitano di Auschwitz e della sua gaudente famiglia, con ancora i segni delle unghiate sui muri. I forni crematori e l’odore acre, pungente che ancora, dopo 80 anni, riempie le narici tanto ha impregnato mura, legname. Verso Birkenau cammini sulle fosse comuni, quelle scavate quando i forni non riuscivano a smaltire tutto il carico di stuck, pezzi, gasati col zyclon B. La guida ci avverte, se doveste trovare posate, ninnoli, oggettini, portateli all’ ingresso. 

Il bosco di betulle tutto intorno, a perimetrare le macerie di Birkenau, a fare da sfondo alle baracche di legno, con le cuccette una accanto all’altra. E da quel bosco ti sembra di vederli, di sentire tutte quelle anime che ti guardano, ti spiano dentro il cuore, chiedendo semplicemente memoria. 

É il posto più assurdo del mondo Auschwitz: è il posto in cui ti fa un’impressione tremenda entrare, è il posto da cui ti prende una malinconia struggente nell’andar via, oltrepassando la cosiddetta “porta infernale”, lasciandoti alle spalle i vagoni merci stagliati lì così, in un nulla che è già troppo. 

É il posto più orribile e più bello del mondo, Auschwitz. 

Perché guardi il male negli occhi, nella sua vastità e potenza, nella sua urgenza di tornare a manifestarsi quando non te lo aspetti, quando pensi di essere preparato a respingerlo, quando sei certo di avere tutti gli anticorpi. É il posto più bello perché è l’unico in cui metti alla prova la Libertà: che è cosa diversa dall’ansia da liberazione, è piuttosto la piena coscienza del posto che si vuole occupare nella storia e di quale storia si vuole contribuire a scrivere. Perchè da quelle porti tu puoi entrare ed uscire, quando vuoi e con la consapevolezza che vuoi riportare nel mondo, puoi entrare ed uscire nelle tue scarpe e non attraverso un camino. 

É il posto dove la solitudine estrema dell’Uomo può trasformarsi in comunità. 

La comunità che ha scelto di affrontare un viaggio che porta a fare i conti con la storia, con l’essere umano e con gli uomini e donne che vogliamo diventare. 

Un viaggio ad Auschwitz non è una gita e nemmeno un viaggio d’istruzione. Non è nemmeno una tappa di un weekend romantico a Cracovia. 

Il viaggio ad Auschwitz è una scelta educativa, un percorso storico di cittadinanza attiva.

E non serve ad insegnarci ad essere antifascisti: questo dovrebbe essere nel nostro dna di italiani che credono nei valori della Costituzione. L’anomalia non è essere antifascisti, l’anomalia dovrebbe essere il fascismo. E sostenere che il fascismo, come l’antisemitismo d’altronde, siano fatti relegati ad un momento storico è come dire che la mafia non esiste solo perché esplode meno tritolo del 1992. 

Auschwitz non è un luogo dove ci si deve porre il problema se piangere i milioni di morti ebrei, rom, sinti, zingari e omosessuali: perché ad Auschwitz è morto l’Uomo. 

E se oggi, all’indomani del 7 ottobre 2023 e del nuovo genocidio a Gaza, pensiamo che un non - luogo come Auschwitz sia il grimaldello perfetto per piegare un pezzo di storia all’irresponsabilità dell’Europa nel più lungo conflitto che sia mai esistito, allora forse il viaggio ad Auschwitz è una gita. Con all you can drink incluso. 

Perché è solo lì, dove l’Uomo ha smesso di essere tale, che possiamo davvero riscoprirci in quella che è la più assurda, consapevole e deliberata banalità del male.

 

Valentina Colli